27 luglio 2011

Il Monte Salviano al termine di una lunga catena di montagne provenienti dal Parco nazionale D’Abruzzo Lazio e Molise, separa la Conca del Fucino dai Piani Palentini. La città di Avezzano localizzata ai suoi piedi è legata in modo indissolubile a questa montagna, dal punto di vista urbanistico, naturalistico e religioso

testo di Fernando Di Fabrizio in collaborazione con Sergio Rozzi

Il bosco della Riserva Naturale del monte Salviano

Il bosco della Riserva Naturale del monte Salviano

 

Si è appena conclusa nel Parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise l’assemblea annuale di Europarc Federation, l’associazione che riunisce la gran parte delle aree protette europee. Oltre trecento rappresentanti di parchi ed aree protette di tutta Europa hanno affrontato i numerosi argomenti sullo stato della conservazione e di attuazione dei programmi di sviluppo compatibile.
Il tema centrale trattato nel corso dell’assemblea è stato:”Vivere insieme: biodiversità ed attività umane, una sfida per il futuro delle aree protette”. In Abruzzo oltre ai tre grandi Parchi nazionali ed al Parco Regionale del Velino Sirente esiste un quinto Parco costituito dalla rete regionale delle aree protette. Si tratta di venticinque riserve naturali e cinque piccoli parchi territoriali dislocati in tutti gli ambienti della regione, dalle falesie della costa chietina alle spiagge sabbiose del teramano, dalle colline argillose del pescarese alle aspre vallate delle montagne aquilane.
Nei testi antichi si trovano numerose citazioni di questi luoghi. Tacito racconta nel 52 d.C. “…degli schiavi che erano accampati nell’ampia zona del Monte Salviano, al termine dei lavori del prosciugamento del Lago Fucino gli schiavi che uscirono salvi fondarono la città di Anxa oggi Avezzano…”. Sembra che Avezzano venisse chiamata Avanzano; dagli avanzi di schiavi occupati nei lavori del traforo del Monte Salviano. La  regimazione del Lago del Fucino è certamente una delle più grandi opere idrauliche del mondo antico, con il canale di presa a cielo aperto rivestito di pali di legno, il suo Incile monumentale, il canale coperto scavato nelle rocce del Monte Salviano e sulle argille dei Piani Palentini per una lunghezza di 5.653 chilometri, dotato di ben quaranta pozzi verticali, dieci cunicoli inclinati e testata di sbocco monumentale sul corso del fiume Liri a Capistrello. “Non possono essere concepite se non da chi le vide, né il linguaggio umano è capace di descriverle!” così Plinio il Vecchio, l’unico testimone oculare dell’impresa, descrive i lavori di costruzione dell’opera, durati undici anni, con l’impiego di circa trentamila operai.
Il territorio del Monte Salviano è soggetto ancora oggi ad uso civico ed è considerato dagli abitanti di Avezzano un parco periurbano. Dal punto di vista naturalistico, con la posizione geografica strategica, il Salviano è inserito in un importante mosaico di aree protette, tra le più importanti dell’Appennino.
Un prezioso scrigno di biodiversità, a confine tra il Parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise e il Parco Regionale del Sirente Velino, tra la Riserva regionale Zompo lo Schioppo e la Riserva statale di Valle Maielana. La riserva naturale guidata è stata istituita dalla Regione Abruzzo nel 1999, sostenuta con forza dall’Associazione “Il Salviano” di Avezzano, con il patrocinio del Comitato Parchi Nazionali, il WWF Italia ed altre associazioni. La Riserva è finalizzata alla conservazione degli ambienti naturali nei quali è consentita una razionale attività di pascolo ed una selvicoltura con criteri di sfruttamento naturalistici. Un parco, dove l’uomo riesce a vivere, in armonia con la natura, conservando le sue caratteristiche essenziali per la felicità di bambini, giovani, anziani e sportivi. Un’area protetta, dunque, al centro di un diverso modo di pensare il territorio, cornice ideale per una città alla ricerca di una nuova anima. La riserva naturale del Salviano è inserito nel sistema delle riserve abruzzesi caratterizzato dalla ricchezza del patrimonio naturalistico, con la presenza in particolare di specie faunistiche e vegetali di particolare pregio ed interesse scientifico, molto spesso minacciate e in pericolo di estinzione. La ricchezza naturalistica della rete delle riserve è confermata anche da altri vincoli ambientali, oltre l’82% delle aree protette regionali ricade, o è in prossimità, di aree di rilevanza comunitaria (SIC, IBA e ZPS).
L’etimologia del Salviano ha origine da due aspetti distinti. Da un lato si collega all’abbondante diffusione, sul monte, della Salvia officinalis considerata la pianta più rappresentativa della zona. Dall’altra, la sua genesi etimologica è fondata su un principio più scientifico e poggia sui ritrovamenti epigrafici nella Marsica in cui è presente spesso l’appellativo “Gens Salvia”, che induce a pensare l’esistenza di un podere o di un altro bene della omonima popolazione, da cui appunto la denominazione Salviano. La pineta rappresenta la parte predominante del Monte Salviano, in particolare lungo il percorso che conduce al santuario della Madonna di Pietraquaria; i primi pini furono piantati nel 1916 dai prigionieri di guerra del campo di concentramento costruito alla periferia nord di Avezzano. Nell’estate del 1993, parte del territorio che fa capo a Monte Cimarani e a Monte Aria, fu percorso da un violento incendio che ne distrusse quasi completamente la vegetazione, rappresentata in maniera preponderante dal pino nero (Pinus nigra). L’incendio, in maggioranza di chioma, ha distrutto, nell’intera domenica del primo agosto 1993, centoquaranta ettari di pineta. Gli effetti del fuoco su un sistema ecologico non sono soltanto negativi, infatti, dopo un anno dall’evento si sono notati segni di ripresa e, attraverso un’attenta osservazione, è stato possibile notare il recupero da parte della vita animale e vegetale di quei siti che la furia incendiaria aveva carbonizzato.
La Riserva del Salviano rimane comunque il crocevia di connessione tra le diverse reti naturali ecologiche e rappresenta la più naturale porta di accesso dal settore nord-occidentale al più ampio Parco nazionale, terra di Orsi e di Camosci appenninici strappati miracolosamente dall’estinzione insieme a numerose altre specie endemiche e rare. L’orso marsicano, rigorosamente protetto, dal Parco e da speciali leggi di tutela, resta tuttavia confinato nei luoghi più nascosti e segreti. Nel Parco nazionale supera spesso il limite della vegetazione arborea, in cerca di bacche di ramno selvatico, come mostrano queste immagini riprese in una zona di confine tra il Lazio e l’Abruzzo.
Eppure negli ultimi anni numerosi esemplari di Orso bruno marsicano sono stati barbaramente avvelenati con esche preparate per annientare quel poco che resta di natura autentica e antica, simbolo dell’Appennino più selvaggio. Un’altra sorte, più positiva, riguarda il Camoscio appenninico, sopravvissuto miracolosamente dalla caccia massiccia ed eccessiva che nel primo decennio del secolo scorso lo aveva ridotto a meno di trenta esemplari nel cuore della Camosciara.
In Abruzzo il camoscio appenninico è uno dei pochi superstiti della ricca fauna paleartica post-glaciale. I ritrovamenti archeologici in un sito appartenente all’Epigravettiano italiano nella zona di Ortucchio ai margini del grande lago del Fucino hanno confermato la presenza di Linx linx (Lince), Capra ibex (Stambecco) e Marmotta marmotta (Marmotta). Questi animali estinti nell’Italia peninsulare oggi sopravvivono nell’arco alpino. Il camoscio appenninico estinto da oltre un secolo nelle altre montagne dell’Abruzzo, è tornato a vivere con due popolazioni distinte, superiori ai 700 esemplari nelle due aree del Parco nazionale della Maiella e del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.
La stessa etimologia del Monte Camicia, la vetta più elevata del massiccio  meridionale del Gran sasso d’Italia, è legata al camoscio, in vernacolo cameis o camousc. Nel 1794 Orazio Delfico scalando la vetta del Corno Grande affermava: “… in questo piano vanno sovente i cacciatori di camozze” (camosci). L’ultimo camoscio del Gran Sasso venne abbattuto nel 1892. L’operazione Camoscio, sostenuto nell’ultimo decennio del secolo scorso dal Parco nazionale d’Abruzzo, dal WWF, dalla Regione Abruzzo e dal Ministero dell’Ambiente è una delle migliori operazioni di reintroduzione di una specie in pericolo di estinzione, salvaguardata e rigorosamente tutelata dal valido sistema della rete delle aree naturali protette. Nella riserva del Salviano sono da segnalare alcune presenze naturalistiche rappresentative della fauna appenninica come lo scoiattolo meridionale (Sciurus vulgaris), simbolo della Riserva, e il grifone (Gyps fulvus) proveniente dalla vicina Riserva Statale del Velino dove i vulturidi vennero sperimentalmente rilasciati assieme al corvo imperiale (Corvus corax). Tra i mammiferi più comuni il tasso, la volpe la puzzola, la donnola e la lepre.
Gli uccelli sono presenti con numerose specie all’interno della pineta. Crocieri, fringuelli, rampichini e picchi rossi maggiori si possono osservare con facilità, mentre sulle aree più aperte sono abbondanti allodole, fanelli e saltimpali. La Riserva del Salviano, con la definizione di una nuova strategia del turismo responsabile, invita lo Stato, la Regione e le autonomie locali, le rappresentanze turistiche, associazioni e organizzazioni ambientaliste e dei consumatori, cooperative, rappresentanti del mondo del volontariato, a sostenere forme nuove di turismo, valorizzando la bellezza e i saperi del nostro territorio, intensificando i rapporti tra i residenti e turisti, con l’autenticità e l’identità dell’offerta. Bisognerà sviluppare i temi della sostenibilità dello sviluppo, al rispetto dell’ambiente, già troppo spesso danneggiato e compromesso, al rispetto delle popolazioni locali e del loro ruolo di protagonisti nella tutela dell’ambiente e della biodiversità, alla preferenza per sistemi di trasporto dolce con una particolare attenzione al mondo della scuola.

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