Decorativi o funzionali, come i fermagli per le cappe. Scaramantici, promessa d’amore o indicativi del patrimonio famigliare. Dal mondo della transumanza, passando per i registri dei notai e gli elenchi della dote, ecco oggi la storia dei gioielli pastorali. Fra riti di nascita e morte, scintillio di sacro e profano, ex-voto d’oro e argento, orecchini, anelli e collane per raccontare la vita quotidiana dell’ Abruzzo che fu

Origini antiche
I gioielli d’Abruzzo hanno una singolare matrice culturale che affonda le proprie radici in tempi remoti: è infatti legata alla diffusione della pastorizia che, dal Seicento in poi, muovendosi sui grandi percorsi tratturali verso l’Italia meridionale, portò alla realizzazione di cospicui patrimoni derivati dall’allevamento e dal commercio delle greggi. Il raggiungimento di uno status di agiatezza condusse ben presto alla necessità sociale dell’ostentazione dei propri beni tramite oggetti che attestassero il lusso e la prosperità conseguiti. Nacque così la volontà di esprimere, anche attraverso l’artigianato orafo, manifestazioni distintive delle diverse comunità abruzzesi.
Tramite oggetti di grande pregio si raggiunse l’espressione più intima e spontanea dell’antica cultura pastorale, creando, ideando e preparando manufatti tesi a rappresentare un mondo dalle tradizioni intatte. Il gioiello divenne così raffinato “utensile”, elaboratore di immagini e di tecniche connesse ai sentimenti più profondi e radicati di un’intera comunità. Compito del gioiello, infatti, è quello di comunicare valori, esprimere il patrimonio familiare, contrastare la malasorte, enfatizzare gli abiti, indirizzare gli sguardi sulla grazia femminile. L’osservazione degli antichi gioielli d’Abruzzo trasmette importanti indizi sulla vita quotidiana femminile, come pure sulle manifestazioni di un’intera società, basata sul sistema delle famiglie e sui riti collegati agli eventi ciclici di nascita, matrimonio, maternità e morte, in un insieme di icone utilizzate per configurare l’immaginario collettivo sulla ricchezza, sul desiderio, sul culto, sulle credenze.
Nascita, matrimonio, maternità e morte.
I gioielli scandiscono l’intera vita della donna che, nel caso di perdita di un parente stretto rinuncia addirittura, in segno di dolore e contrizione, ad indossarli per almeno tre anni, quando non trova il pretesto di esibirli con pietre nere, sottolineandole il valore di “ricordo”. Feste, processioni, cerimonie, tutto rappresenta l’occasione per ostentare, con compiacimento, la propria dotazione personale. Il repertorio dei gioielli è infatti uno degli insiemi che maggiormente le comunità allestiscono, tramandano e trasformano per stabilizzare la propria immagine e darle una continuità nel tempo.
Così troviamo ad esempio i gioielli maschili, di tipo funzionale o apotropaico, come i fermagli d’argento che chiudevano le grandi cappe dei pastori abruzzesi oppure l’orecchino d’oro a forma di bottoncino, cerchio o navicella.
E poi le effigi ex voto, in argento, del santo protettore, che i pastori portavano cucite all’interno delle giubbe, come anche talismani e ancora i denti di lupo o l’unghia di orso, la “grande bestia”, come veniva definita con reverenziale timore dalle popolazioni montane. E il sacro si confonde con il profano: così il corno o il dente di lupo vengono spesso portati insieme al crocifisso d’oro.
Più varia la gioielleria femminile. Oltre ai doni matrimoniali tra cui massima diffusione ha il laccetto d’oro che la suocera regala alla nuora, o l’amorino, si diffondono sempre di più gli orecchini, considerati segnale di rango, con varie fogge a navicella, a perle, a campanella. Anche i fermagli sono di grande importanza: si tratta in special modo di grandi argenti con l’immagine della Madonna del Carmine, o di scaramantici scorpioni, o di angeli, da appuntare sul corpetto o ancora bottoni d’argento destinati ad adornare le variopinte camicie femminili. I gioielli più ricercati, tuttavia, restano le collane, che esprimono un profondo valore patrimoniale e familiare e che per questo recano spesso immagini sacre con significato protettivo: croci, effigi della Vergine o dei Santi. Tra di esse emerge la “cannatora”, girocollo formato da sfere ovali lavorate a sbalzo, secondo un’antica tecnica chiamata “prescine”, ad indicare il frutto pungente dell’uva spina. Talora i globi erano uniti l’un l’altro da un nastro di seta colorato a seconda della foggia dell’abito; in altri casi da una catena in oro. Nelle sue variazioni al modello classico la cannatora si accompagna spesso ad un medaglione filigranato, talora con un elemento centrale in corallo; altre volte, invece, vi era unita la “presentosa”.
La Presentosa
E’ questo il gioiello abruzzese per “eccellenza” attestata fin dal Settecento in Abruzzo, la “Presentenza”, divenuta “Presentosa” a seguito della menzione che ne fa Gabriele D’Annunzio ne Il trionfo della morte del 1894, è pregiato ornamento in filo d’oro e d’argento: nella sua accezione più ampia rappresentava la promessa di matrimonio alle giovani a cui veniva donata dalla futura suocera o dallo sposo. Il suo nome si fa derivare dal significato originario di dono – “presente” – con il quale il pretendente si impegnava, prima di partire per le vie della transumanza, in una promessa di matrimonio nei confronti della giovane prescelta.
Il termine è altresì connesso al significato di “presentazione”, di “ingresso” della sposa nella famiglia del marito.
La simbologia della stella, elemento principale che la costituisce, è riferita al desiderio, dal latino “de siderea” – letteralmente “dalle stelle” – a simboleggiare l’impossibile unione tra il cielo e la terra, tra il sacro e il profano. Ad essa si uniscono due cuori legati da un elemento semilunato a enfatizzarne il carattere di amuleto: questo gioiello, infatti, posto sul seno della donna in corrispondenza del cuore, aveva il segreto compito di preservare la fedeltà della coppia, come pure di propiziare la fecondità della famiglia. A volte, nelle sue varianti, la Presentosa era anche oggetto legato a messaggi privati, talora personalizzata in fogge e stili peculiari: oltre ai cuori, troviamo infatti fiori, corone, colombe, chiavi, simboli tutti riconducibili all’amore e alla riconosciuta sovranità della donna nel focolare domestico.
Gli altri gioielli
Vanno poi ricordate le “Sciacquaije”, orecchini dalla caratteristica forma a “navetta”, originari della zona di Pescocostanzo, come pure le “Circeglie”, tipici gioielli di Scanno. L’importanza degli orecchini a pendente è anch’essa relativa al loro valore di natura apotropaica, laddove il tintinnio del metallo prezioso ai lobi delle donne, nell’attirare lo sguardo ed incrementare il messaggio di seduzione, aveva anche il compito di allontanare gli spiriti del male. Inoltre prevale l’uso degli anelli, di modelli e materiali molto vari: con pietre dure bianche e rosse, di diamante, con pietre bianche unite all’oro o agli smeraldi, con le iniziali in oro e smalto, spesso con la figura del dragone circondato da pietre turchine o con immagini sacre usate per lo più con valore scaramantico. Diffusa la “cicerchiata”, vera nuziale a fascia con granulazione, in oro o in argento. E infine i rosari, costituiti da croci in argento con grani di coralli e d’oro, o di ambra e corallo rosa o interamente di filigrana d’oro e pietre preziose, o in argento.
I dotali nei documenti d’archivio
L’importanza del gioiello come manifestazione del patrimonio di famiglia da tramandare e custodire, è ben rappresentata nei documenti notarili con cui si stabiliva l’entità della “dote” che accompagnava la sposa nella vita coniugale. Nel dotale di Giuseppa Rosa, del giugno 1739, redatto dal notaio Nicola Petrone insieme a cinquantuno pecore “ad uso d’arte lanute”, compaiono anche venti zecchini veneziani. Nell’archivio del notaio Domenicantonio Aloè, del borgo di Guardiagrele presso Chieti, in due atti matrimoniali del 1804 e del 1816, fra le dotazioni nuziali della sposa vengono citate una “Presentosa” in corallo ed una “Presentosa” in oro impreziosita con rubini. Anche il dotale di Brigida Serafini, presente nell’archivio del notaio Michele De Crescentiis, del 1808, riporta orecchini “di lavor di Francia”, orecchini a grandi cerchi in oro – come quelli descritti dal D’Annunzio – un ditale d’argento, una “pettinessa” d’argento, un crocifisso in argento. Si tratta di documenti esemplificativi di una realtà diffusa già nella prima metà del Seicento ed attestata ancora per tutto il XIX secolo.
Ecco infatti come lo storico Michele Torcia “Archivario e Bibliotecario di S.M. e Membro dell’Accademia delle Scienze” descrive nel “Saggio Itinerario Nazionale Pel Paese de’ Peligni” del 1792 la dotazione delle donne di Scanno, confermando quanto riportato negli atti di nozze appena menzionati: “Le circeglie ornano i loro orecchi; sono pendenti in oro in sottile filigrana, solidi di valore; al collo un laccetto o sia cateniglia dello stesso metallo di fino lavoro, accompagnato d’altri fili di cannacchi con Crocifisso o altra immagine di Santi, e anche collane di zecchini veneziani. Generalmente l’immagine poggia sul petto sotto il ripiego delle descritte lunghe e numerose collane. Anche le dita vanno cariche di anelli fini con pietre o senza pietre, secondo la facoltà delle famiglie. A chiesa portano il rosario d’oro e la corona d’argento…. Gli ori e gli argenti delle doti sono ad arbitrio delle famiglie dotanti”.
I metalli preziosi:
“creature soprannaturali”
Nonostante il manifesto valore sacro, dato dalle immagini del repertorio religioso che prevalgono nell’uso ricorrente del gioiello inteso come segno di venerazione e protezione, si scorge tuttavia, nella cultura pastorale, la segreta convinzione che le pietre e i metalli preziosi siano al contempo creature “infere”. Le pietre e i metalli, infatti, provengono dalle profondità della terra dove risiedono i demoni e portano con sé poteri misteriosi : “tengono lontane” le malattie, “distraggono” il malocchio, sono segni di attrazione, donano il piacere della rarità. L’oro e l’argento riportati alla luce, poi, rilasciano bagliori di maliziosa seduzione. Ecco perché il gioiello si lega anche al mondo della leggenda, del mito e della fantasia popolare: genera immaginazione e reverenziale timore, originati dall’osservazione della prodigiosa modificazione della materia elaborata dall’ingegno umano.
Così, legandosi al mondo sotterraneo, l’ornamento prezioso travalica i confini della vita e penetra nei misteri dell’ultraterreno: entra in contatto con la divinità a cui chiedere, con un ex voto in oro o in argento, la risoluzione di una malattia, o rivolgerle la delicata supplica di una maternità negata, quando non trasmette l’intima rivelazione di un segreto, di una nascosta promessa, di un inconfessato desiderio.







