7 settembre 2015

Testo   Fulgenzio Ciccozzi

Attraverso l’evento jazzistico che ha interessato il cuore d’Abruzzo, possiamo trovare delle assonanze tra due città separate da un oceano, ma comunque legate da una serie di circostanze che in qualche modo le rendono simili. Sono trascorsi dieci anni da quando New Orelans fu colpita da un forte uragano, e ne sono trascorsi più di sei da quando il capoluogo abruzzese venne devastato da un violento terremoto. La storia del jazz inizia proprio in quella città della Louisiana che a fine Ottocento vedeva le sue strade invase da un crogiulo di etnie di diversa provenienza e che annoverava tra le sue fila un numero sempre più cospicuo di italiani: i cosiddetti emigranti economici che lasciavano la loro terra in cerca di un futuro migliore. L’America era grande, ricca, eppure, accoglieva i nostri compaesani con estremo pregiudizio che sovente sfociava in veri e propri episodi di razzismo. Gli anni passano e le cose cambiano. Sono ormai più decenni che la rotta migratoria ha preso altre strade, alcune delle quali portano proprio qui in Italia. E L’Aquila non si esime da questo. La storia, se pur in maniera diversa, si ripete. Chi lo avrebbe mai pensato. In quei pioneristici anni, nei locali “border line” della “città creola”, nel profondo Sud degli States, e nelle chiese, in cui si celebravano diversi culti, era possibile ascoltare vari generi musicali intrisi di sonorità provenienti dai “worksongs” cantati dai neri nei campi dove si coltivava la canna da zucchero. Questi diversi suoni stavano dando vita a nuove forme musicali. Si stava gettando il seme che darà i suoi frutti con la nascita del primitivo jazz. Proprio a fine Ottocento, gli italiani che giunsero in quelle contrade bagnate dal Missisippi, in maggioranza provenienti dal Meridione della penisola, di carnagione olivastra, con occhi e capelli scuri, erano considerati dagli americani di dubbia etnia ed assimilati agli afroamericani. Dopotutto il jazz è anche storia di emigrazione. Forse non a caso che tra i pionieri del jazz ci fu proprio un italiano emigrato a New Orleans, il trombettista Nick La Rocca, che incise con la sua “Original Dixieland Jazz Band” il primo disco di questo genere musicale, nel lontano 1917! Il jazz, nel corso degli anni, subirà numerose evoluzioni sino a raggiungere la massima diffusione con lo swing.

E prla'quilaoprio nel periodo della “Swing era” che questa musica approdò in Italia verso la metà degli anni Trenta e che trovò la sua massima espressione nelle esibizioni del maestro Gorni Kramer: fisarmonicista e compositore. Qualche decennio dopo, sarà Paolo Conte che, con quella tamburellante ritmica di pianoforte e una metrica ben sperimentata, comporrà una delle canzoni più famose di questo genere musicale: Wonderful (Vieni via con me). Domenica sei settembre, il suono del jazz si è appropriato dell’Aquila. Per un giorno il capoluogo d’Abruzzo è stato la New Orleans dei nostri monti. Il cuore pulsante del jazz italiano. Già dal mattino l’accento romano tradiva la presenza dei primi arrivi che, approfittando dell’avvenimento, incuriosisti, si sono intrufolati negli angoli più nascosti della città, trovando poi difficoltà, in quel labirinto di vicoli aggrediti dall’erba e dalle transenne, a ritrovare la strada del ritorno. Nel primo pomeriggio, dietro all’Auditorium del parco, un solista vestito da clown (Luigi Mosso), colorato di nero, ha deliziato i bambini con canti blues-jazz, accompagnato unicamente dal basso e dal battito dei piedi, a mo di tip tap. A qualche decina di metri di distanza, a largo Tunisia, l’Enrico Intra feat mandava in visibilio la folla accalcata lungo il Corso. Gli ingredienti per una buona riuscita della giornata c’erano tutti. Anche il sole. Ma c’era soprattutto della buona musica e la voglia degli aquilani, e perché no, degli italiani convenuti in gran numero, a voler trascorrere una giornata indimenticabile. Perché indimenticabile? Perché particolare era il palcoscenico che ha ospitato la kermesse e perché questo evento era unico nel suo genere! Il suono degli strumenti, a fiato soprattutto, ha interrotto il caotico silenzio del Centro. Ha calpestato i selci della città, ha colorato i palazzi ancora sfioriti, ha cinguettato accanto ai monumenti cittadini, ha rimbombato nelle piazze, ha fatto vibrare i rami degli alberi che adornano il Castello, ha sfiorato i vicoli imbavagliati dalla transenne, ha consumato la sua arte accanto a quelle strade recondite ravvivate dai locali notturni, ha soffiato sui ciuffi d’erba che aggrediscono i muri delle case rovinate. Ma è nell’immagine di un pianoforte adagiato al centro della chiesa di San Bernardino che è possibile scorgere la vera forza della musica. In silenzio, come un corpo dotato di un anima, il “piano” sembrava ascoltare la messa e aspettare il suo turno. In punta di piedi, il jazz è riuscito a entrare anche nelle chiese. Dopotutto è pur sempre “la musica del diavolo”. O no?

Print Friendly, PDF & Email

Share