testo di Ivan Masciovecchio.
In alto i calici per i 240 anni del vermut (o vermouth), lo storico vino aromatizzato inventato nel 1786 a Torino da Antonio Benedetto Carpano e oggi diffuso in mezzo mondo, ingrediente principe e principale di alcuni dei cocktail più gettonati durante il rito mondano dell’aperitivo, come i classici Martini, Americano, Manhattan o Negroni. Tra eventi diffusi in tutta la città, negli splendidi ambienti del centralissimo Museo nazionale del Risorgimento ricavati all’interno di Palazzo Carignano, la capitale sabauda ha ospitato nei giorni scorsi la terza edizione dell’originale Salone del Vermouth, primo e unico appuntamento italiano interamente dedicato, nato al fine di onorare e dare il giusto risalto a questa straordinaria eccellenza divenuta nel tempo simbolo di un intero territorio.

Due giorni – più un terzo aggiunto dopo il sold out raggiunto nelle prevendite – di incontri tematici, laboratori, degustazioni guidate e focus su miscelazione, nuove tendenze e dialogo con la gastronomia hanno regalato ai numerosi partecipanti un intenso viaggio sensoriale e culturale tra tradizione e futuro. Circa quaranta i produttori arrivati da varie regioni d’Italia compreso l’Abruzzo, oltre ovviamente alla massiccia presenza delle referenze piemontesi, dalle case storiche alle nuove generazioni. In un tripudio di ricette a base di erbe, spezie, fiori, radici, cortecce e semi non comuni, il racconto del vermut si è dipanato attraverso stili e interpretazioni diverse, con punte di altissima qualità.
Tra le novità e le sorprese del salone, nascono dalla dedizione e dagli insegnamenti di nonna Olga assorbiti fin da ragazzino tutta la passione e la curiosità verso le erbe officinali e le loro proprietà nutrizionali che Antonello Palermo si è sempre portato con sé durante i suoi spostamenti lavorativi come bartender, dall’Australia al Giappone, dall’India al Sud America, fino al suo ultimo approdo all’hotel Four Seasons di Firenze. Una vita fatta di viaggi, partenze e ripartenze, ma anche di ritorni a casa nel piccolo centro di Celenza sul Trigno (CH) che gli ha dato i natali, nella parte meridionale della provincia chietina che guarda al Molise dove, spinto da quel bagaglio culturale appreso nel tempo e dal ricordo dell’amata nonna, nel 2024 ha deciso di creare Aprutium, vermut artigianale d’Abruzzo che omaggia la sua terra fin dal nome.

«Aprutium nasce dalla volontà di comunicare un territorio, un’identità, una storia, senza bisogno di ricorrere alle parole. È un viaggio sensoriale intorno al mondo, con partenza e ritorno nella terra d’Abruzzo», così ce lo presenta lo stesso Antonello. Prodotto nella tipologia Rosso Superiore e caratterizzato da un’etichetta dove un cane da pastore (abruzzese, ovviamente) si staglia fiero sullo sfondo del castello di Rocca Calascio, viene realizzato attraverso la fortificazione di vino Trebbiano e Montepulciano d’Abruzzo, con infusione di una ventina di erbe aromatiche locali, messo poi a riposare in botti di rovere precedentemente utilizzate per l’invecchiamento di ratafia.
Salito a Torino insieme alla compagna di vita e lavoro Alessia Frosini, sotto le volte affrescate delle sale riservate al salone Antonello ha presentato al folto pubblico presente anche l’etichetta Aternum – il nome vuole ricordare le origini della città di Pescara, con il placido cagnone qui seduto a protezione di un trabocco, la caratteristica macchina da pesca di dannunziana memoria –, tipologia Extra Dry Superiore a base di Trebbiano d’Abruzzo in purezza e infusione di 11 erbe del territorio, dolcificato anche con una piccola aggiunta di miele di stregonia, tutelato come Presidio Slow Food tra i Mieli dell’Appennino Aquilano, che alla prova d’assaggio ha stupito per la straordinaria versatilità riscontrata nella duplice versione con e senza ghiaccio.

Due vermut assolutamente 100% made in Abruzzo, per un totale di circa 1500 bottiglie prodotte unicamente nel laboratorio-impianto di Celenza sul Trigno con i vini provenienti dalle cantine San Nicola di Pollutri (CH), l’alcol delle Distillerie D’Auria di Ortona (CH), lo zafferano dell’Aquila DOP della Cooperativa Altopiano di Navelli, il raro miele fornito dall’apicoltura Colle Salera di Pratola Peligna (AQ), e con le erbe generosamente offerte dai prati delle colline che si affacciano sulla vallata del Trigno, autentici custodi di biodiversità. Acquistandole, oltre a mantenere vivo il sogno di Antonello promuovendo i (nuovi) sapori della terra d’Abruzzo nel ricordo di nonna Olga, parte del ricavato viene meritoriamente destinata ogni anno a supportare realtà sociali, sportive e culturali sempre legate al territorio, dalla locale squadra di calcio alle associazioni impegnate nella tutela dell’orso Marsicano, l’ultima campagna abbracciata in questo 2026.








