21 agosto 2013

Con “Gabriele d’Annunzio e l’enogastronomia della memoria” Enrico Di Carlo racconta il rapporto del Vate con la sua terra

testo di Simone Gambacorta, caricatura di Marco Martellini

Enrico di Carlo visto da Marco Martellini, mentre brinda con d'Annunzio

Enrico di Carlo visto da Marco Martellini, mentre brinda con d’Annunzio

Quando tre anni fa Enrico Di Carlo pubblicò “Gabriele d’Annunzio e la gastronomia”, rimanemmo tutti un po’ stupiti nel conoscere un Vate lontano dall’icona del superuomo e carico di nostalgia per l’Abruzzo. Come dire: su il tovagliolo e giù la maschera. La sorpresa si diffuse a forza di passaparola e il volume andò a ruba, tanto che l’editore Verdone dovette tirarne una ristampa. Ma a muovere la penna di Di Carlo, più che il desiderio di mettere in luce il rapporto di D’Annunzio col cibo, era stata la volontà di leggere il legame dell’Imaginifico con la terra natale attraverso il “linguaggio” gastronomico. Una scommessa complessa, ma vinta grazie all’impostazione rigorosa e alla forma felicemente divulgativa. Si dà però il caso che i conti tra Gabriellino e il suo esegeta chietino (per natali, ma vibratiano per adozione e coniugio) non vogliano saperne di chiudersi, e infatti qualche tempo fa Di Carlo ha deciso di rimettere mano alla questione. Sulle prime si era orientato verso una terza edizione, con ritocchi, integrazioni, modifiche. Però cammin facendo s’è lasciato prendere la mano: cambia questo e cambia quello, aggiungi quest’altro e riscrivi quell’altro ancora, alla fine s’è ritrovato con un nuovo libro. Tant’è che pure il titolo è diverso: “Gabriele d’Annunzio e l’enogastronomia della memoria”, anch’esso edito da Verdone e presentato da un’attenta prefazione di Lia Giancristofaro (bella anche la copertina disegnata da Marco Martellini). Rispetto alla precedente fatica, la differenza più vistosa (ma non è la sola) è quella sul rapporto di D’Annunzio con vino e alcol. Il tema dà all’occhio per un motivo: D’Annunzio era astemio. Lo certificò a suo tempo il diretto interessato e lo confermano le più attendibili biografie. Ebbro dei nettari della sua creatività, e del lussureggiare non proprio discreto del suo vivere inimitabile, astemio lo era nei fatti ma non nell’apparenza, visto che non perdeva occasione per sfoggiare una cultura enologica tutt’altro che dilettantesca. Il libro di Di Carlo contiene anche i carteggi di D’Annunzio con Amedeo Pomilio e Luigi D’Amico, ed è proprio una lettera a Pomilio a rivelare il significato memoriale e sentimentale che il cibo rivestiva per l’uomo del Vittoriale. Dopo aver ricevuto in dono dolci, liquori e altre specialità abruzzesi, il Vate confidò all’amico che, davanti a quelle prelibatezze, la sua «tristezza estuava come la foce della nostra Pescara». Dopo essere stato presentato in varie città, fra cui Verona e Torino, Di Carlo sarà il 3 ottobre all’Istituto italiano di cultura di Budapest, dove festeggerà i primi trent’anni di attività culturale. Il suo primo articolo risale infatti al settembre del 1983 ed era un’intervista alla figlia di Francesco Paolo Michetti.

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