7 gennaio 2014

Testo  Laura de Benedictis   Foto  Gino Di Paolo

TRABOCCOA San Vito Chietino, nella contrada delle Portelle, si erge l’Eremo abitato da d’Annunzio nell’estate del 1889. Luogo in cui lasciarsi trasportare indietro nel tempo da  una natura affascinante e ammaliatrice.

Immaginate una piccola casa rurale immersa in una solitudine selvaggia ed impervia, priva di ogni comodo della vita ed immaginate di trovarvi lì nell’estate del 1889, allora potreste forse avvertire di tanto in tanto nel silenzio della natura solamente il rumore del treno che passa dalla stazione di una delle cittadine della riviera frentana. Siamo a San Vito Chietino in quella lontana estate, in una delle dimore coloniche sulla costa, più precisamente una casa per forestieri a picco sul mare. E’ lì che dal 23 luglio al 22 settembre 1889 si ritirarono in un isolamento d’amorosi sensi Gabriele d’Annunzio e Barbara Leoni, la “bella romana” che fu sua musa e compagna per cinque anni e che ispirò la prima produzione letteraria dannunziana fino al punto che gran parte di questo amore e delle descrizioni dei luoghi che lo animarono, compreso l’Eremo di San Vito, si riversarono quasi per intero nella finzione letteraria del Trionfo delle Morte, il romanzo che proprio qui vide prendere forma. Barbarella, al secolo Elvira Natalia Fraternali, nata a Roma il 26 dicembre del 1862  aveva sposato nel 1884 il conte bolognese Ercole Leoni, un’unione  infelice quest’ultima, che aveva provato la donna tanto psicologicamente quanto fisicamente, lasciandola per sempre sterile  a causa di una malattia venerea trasmessale dal marito. Eppure il desiderio di emozioni e di vita, di quella stessa vita che fino a quel momento tanto l’aveva delusa, furono in lei così più forti delle difficoltà da riflettersi in quella particolare luce che essa doveva trasmettere, quella stessa luce e quello stesso ardore che dovettero colpire il giovane poeta pescarese quando, in quel 2 Aprile del 1887 incrociò per la prima volta il suo sguardo al Circolo Artistico di via Margutta a Roma, dove entrambi si erano trovati per assistere ad un concerto. Da quel momento prese  vita un’ intensa passione che seppur tradita in seguito, mai venne meno a sé stessa la cui cornice idilliaca, il buon ritiro  necessariamente tanto distante dalla Roma mondana e bizantina di via Margutta, fu appositamente trovato per d’Annunzio dall’amico Francesco Paolo Michetti  in quell’eremo rustico sul promontorio adriatico. L’eremo ideale, rifugio d’amore e di creatività letteraria, fu scelto dunque proprio a San Vito, dove tra i “cupi silenzii” la realtà prese vita nel romanzo trasfigurando la storia di D’Annunzio e della Leoni in quella di Giorgio Aurispa ed Ippolita Sanzio, una figura quest’ultima reale e non immaginaria, viva d’una vita vera, quella di Barbara, forse l’amore più sincero del poeta.  E non sarebbe potuto essere altrimenti dal momento che basta recarsi sul posto per scoprire ancora oggi una solitudine misteriosa, eco di tempi lontani in cui potersi immaginare quella che allora doveva essere una località totalmente amena, luogo quasi inaccessibile, regno della natura ricoperto di aranci e di ulivi. Non esisteva infatti allora la strada statale ma vi era solamente un pianoro che terminava quasi a strapiombo sul mare, e si poteva giungere alla casa dalla vicina stazione di San Vito solo attraverso una mulattiera, quella stessa che Gabriele fece ricoprire di ginestre prima dell’arrivo della sua Barbara, affinché ella potesse giungere all’Eremo adorata come una Madonna in processione verso il tempio consacrato all’amore.

gino-di-paolo_eremo-san-vitoOggi l’eremo è sempre lì, alla fine della contrada detta delle Portelle oltre il Capo di Turchino e del soggiorno del poeta molto rimane: ne resta un ricordo impresso sulle pagine immutabili della grande letteratura, ne rimane la sensazione di trovarsi ancora in luogo fuori dal tempo che porta con sé i ricordi di giorni lontani, giorni amati,brucianti di passione e malinconia. Qui il poeta occupò sicuramente la stanza al piano inferiore, adibita da lui a biblioteca, a luogo adatto a tutte le cose della “vita orizzontale e del sogno”; e la stanza al piano superiore cui si accedeva attraverso la scala esterna, che fu sicuramente durante il soggiorno dei due innamorati la camera da letto, teatro di una amore tanto idealizzato dai versi e dal tempo ma ancora così moderno. Oggi l’Eremo apre specialmente in estate, quando è possibile visitarlo su richiesta,  e in occasione della scorsa edizione delle Giornate Fai di Primavera è risultato essere tra si ti più visitati d’Italia, testimonianza questa della fascino che ancora esercita il Vate  ma anche della potenza dei sentimenti. Dal 2009 infatti chi si reca in questo luogo può lasciare un fiore, magari proprio una di quelle ginestre di San Vito, accanto all’ipogeo che raccoglie le spoglie  della Leoni che qui sono state traslate  dal cimitero del Verano grazie alla tenacia del notaio Fernando De Rosa, la cui famiglia è oggi proprietaria dell’Eremo, che dopo tredici anni di lotte burocratiche ha riportato nel luogo in cui “ella arse, i suoi resti mortali ancora frementi d’amore”. Barbara è di nuovo lì, forse il rumore del treno non c’è più, e quello del mare che s’infrange sugli scogli è reso più silenzioso dall’andirivieni dei veicoli o dal chiacchiericcio dei bagnanti che nella bella stagione invadono questi luoghi. Forse. Ma osservando da qui il panorama circostante si può ancora scorgere in lontananza il trabocco del turchino da una parte e dall’altra quel promontorio, scenario del tragico espediente letterario che nel Trionfo della Morte poneva la parola fine all’amore tra Giorgio e Ippolita. Allora, forse, i suoni e le immagini si fanno più vivi, e Barbara ritorna ad essere solo una donna che ha tanto amato e non una delle tante conquiste del Poeta. Quel poeta che invece riposa nel suo esilio dorato a Gardone Riviera, in quel monumento a sé stesso che è il Vittoriale e da dove al crepuscolo del suo tempo nelle pagine del Libro Segreto, magari talvolta osservando le calme acque del lago dei suoi ultimi pensieri, ricordava l’agitato mare dei sentimenti di San Vito, di quelli che forse furono i suoi giorni più veri.

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