testo di Ivan Masciovecchio.
«Per tramandare alle future generazioni questo inestimabile patrimonio paesaggistico, architettonico e culturale che abbiamo ricevuto in dono, dobbiamo guardare al trabocco con gli occhi di chi ci ha preceduto». Basterebbe questa riflessione per comprendere il senso di appartenenza e laica devozione che pervade Rinaldo Verì, traboccante e titolare dello storico Trabocco Punta Tufano, proteso verso l’Adriatico come ragno colossale di dannunziana memoria in contrada Vallevò di Rocca San Giovanni, che a fine luglio scorso ha festeggiato i primi vent’anni della sua nuova vita.

Presente in questo tratto di costa abruzzese fin dal Settecento – come attesterebbero alcuni documenti raccolti da studiosi locali – e giunta con alterne vicende fino agli anni Sessanta del Novecento, la prima struttura dell’epoca moderna, infatti, fu ricostruita nel 1962 da Cesare Annecchini – tenete a mente questo nome perché lo ritroveremo più avanti – e Antonio Verì per arrivare indenne fino al 1980, quando una violenta burrasca ne decretò il crollo. Dopo un periodo di abbandono, nell’agosto del 2004 fu proprio Rinaldo ad avviarne la ricostruzione, terminata il 30 luglio 2006 e celebrata con una grande festa di inaugurazione alla quale parteciparono gli amministratori pubblici dell’epoca insieme al progettista, Nicola D’Angelo, e agli studiosi Tommaso Pagliani e Pietro Cupido, terminata con degustazione di prodotti tipici e intrattenimento musicale, come riporta l’invito originale recuperato dallo stesso Rinaldo, dove sul fronte l’espressione Cultura dal mare esprime(va) già una dichiarazione d’intenti.

Benché corrosi e sbiaditi dall’aria salmastra dell’Adriatico, due pannelli attualmente visibili sul trabocco ne descrivono anche fotograficamente le diverse fasi, dallo stato di fatto prima dell’inizio dei lavori, ai fori sugli scogli per alloggiare le rotaie della ferrovia alle quali fissare i pali di legno di acacia per dare più stabilità a tutta la struttura portante, passando per la chiodatura delle tavole della passerella, alla bullonatura delle travi orizzontali necessaria per dare sostegno al piano della piattaforma, fino al montaggio dell’argano per la rete, delle antenne e del casotto.

«I primi due anni ho fatto solo visite – continua Rinaldo nel suo racconto –, anche se a quei tempi non si vedeva molta gente. Tieni presente che la pista ciclopedonale sul tracciato ferroviario non c’era ancora, l’ultimo treno è transitato a novembre 2005. Poi dal 2008, quasi per caso ho cominciato con la ristorazione, accettando con molta incoscienza la richiesta del presidente dell’Archeoclub di Chieti per una cena con più di cinquanta commensali! Alla fine, con l’aiuto della famiglia, tutto andò per il verso giusto, fortunatamente…».
Oggi sul Trabocco Punta Tufano non è possibile pranzare o cenare privatamente essendo l’attività rivolta esclusivamente a gruppi organizzati. Autentico avamposto informativo e culturale, qui Rinaldo con inesauribile passione porta avanti meritoriamente la sua opera didattica accogliendo sempre con il sorriso e la massima disponibilità turisti e scolaresche da ogni parte d’Italia e del mondo, raccontando storie di vita traboccante tra dimostrazioni di pesca con la calata lenta della rete e mostrando loro strumenti di lavoro ideati dalla fantasia e dall’abilità di questi uomini di terra che hanno imparato col tempo ad amare il mare.

Dalla finta seppia in legno alla zucca vuota essiccata utilizzata come galleggiante, fino alla zattera di canne detta lu cannizzere sulla quale tuttora solca il mare per controllare da vicino la tenuta della struttura, soprattutto dopo qualche mareggiata, tutto parla di un mondo ormai passato ma che non bisogna assolutamente dimenticare per comprendere davvero l’importanza di questi luoghi e delle straordinarie macchine pescatorie che li caratterizzano, strabilianti architetture senza architetti nate dalla necessità di procurarsi cibo e commerci sicuri.

Disponendo di una piccola piantagione poco distante dal trabocco insieme al fratello Pietro, Rinaldo Verì è anche il presidente dell’associazione Agrumi Costa dei Trabocchi – specialità inserita dal Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali tra i 150 Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) abruzzesi che lui trasforma in gustosissime marmellate –, alla quale aderiscono attualmente una decina di produttori sparsi tra contrada Ripari di Ortona a nord e la frazione La Penna di Fossacesia a sud, tutti dotati di appezzamenti di modeste dimensioni comprendenti comunque piante ultracentenarie come quelle di Donato Caravaggio a Fossacesia.

Portatori sani di biodiversità diffusa, arance, limoni, mandarini (tardivi), cedri, pompelmi, pomeli e il caratteristico cetrangolo – in dialetto lu melaragn – vengono celebrati e valorizzati ogni anno nel mese di marzo attraverso l’evento La Vianova delle Arance, mercatino di tipicità locali organizzato con il patrocinio dell’amministrazione comunale sul tratto di statale Adriatica che attraversa contrada Vallevò, giunto quest’anno alla sedicesima edizione.

Dalla terra al mare, tanti e inesauribili sono gli aneddoti che Rinaldo racconta ai suoi ospiti sul trabocco per averli vissuti in prima persona o per averli ascoltati più volte da papà Ettore, venuto a mancare nel 2000, come nel caso dell’incredibile vicenda di cui è stato protagonista insieme al suo amico Cesare Annecchini – ricordate? lo abbiamo citato in apertura –, anch’egli scomparso nel giugno 2020, che la prossima domenica 16 agosto festeggerà i 66 anni dal suo accadimento. Pur non essendo ancora nato all’epoca dei fatti, al pari dello stesso trabocco, ricostruito solo nel 1962, Rinaldo ama ripetere di essere letteralmente cresciuto a «pane e balena».
Quella mattina di agosto del 1960 le condizioni climatiche si presentavano ideali per una battuta di pesca. Mare calmo, sole alto nel cielo, assenza di vento. Armati degli attrezzi del mestiere, i due amici puntarono la prua della piccola imbarcazione a remi chiamata Fortunello verso il mare aperto, senza allontanarsi troppo dalla costa. «Giunti nel posto scelto per calare le reti – prosegue Rinaldo – sul fondo del mare videro come una grande macchia scura, un’ombra che si faceva sempre più nitida. Pensarono subito ad un banco di pesci più numeroso del solito ma purtroppo per loro, giunta in superficie, tra spruzzi ed onde, la sagoma si rivelò essere una balenottera di quasi venti metri di lunghezza per oltre settanta quintali di peso».

Spaventati a morte dai ripetuti colpi di coda di quello che ai loro occhi si presentava come una sorta di mostro marino mai visto prima, ma allo stesso tempo affascinati da quell’autentico spettacolo della natura, Ettore e Cesare si diedero con vigore alla fuga verso l’approdo di Punta Tufano ancora privo del trabocco. La balena, forse disorientata o infastidita da quella presenza umana, anziché prendere il largo, sorprendentemente prese a seguirli verso riva. «Così facendo andò incontro al suo inesorabile destino, restando inevitabilmente incastrata tra gli scogli. Provò a girarsi per uscire verso nord ma le acque erano davvero troppo basse. Impaurita, continuava a battere violentemente la sua enorme coda sulla scogliera e sulle barchette ancorate lì vicino, morendo così dissanguata a causa delle numerose ferite riportate. Nell’arco di pochissimo tempo tutta la contrada si riversò a mare per assistere a quella che sembrava la scena di un film. Mio padre mi disse che un macchinista fermò addirittura un treno sulla linea Adriatica, ma su questo non ci giurerei…».

Durante i quattro giorni che la carcassa della balena restò lì tra gli scogli, migliaia di persone arrivarono a curiosare da tutta l’Italia. Grazie al lavoro di giornali, radio e televisioni, la notizia valicò anche i confini nazionali e addirittura continentali, raggiungendo i parenti dei Verì sparsi tra la Germania e l’America. Immerso in un biblico mare color rosso sangue, gonfio e fetido a causa della prolungata esposizione al sole e al contatto con l’acqua, non senza fatica l’enorme cetaceo fu così disincagliato grazie anche alla gru utilizzata per la costruzione della scogliera a protezione della ferrovia e successivamente trasportato al largo di Vasto. «Prima fu ancorato sul fondo del mare – afferma Rinaldo – ma dopo un po’ di tempo si decise di seppellirlo definitivamente a terra in quanto i pesci che si cibavano della sua carne diventavano quasi immangiabili. La fossa fu scavata indicativamente in una zona valliva proprio dietro la spiaggetta di Punta Aderci, a nord del promontorio».

Pur essendo trascorsi molti anni da quegli eventi, cullate dalle onde del mare che si infrangono contro gli scogli ai quali il trabocco è saldamente aggrappato, le parole di Rinaldo fanno riemergere emozioni lontane tanto che sembra proprio di vederli lì, Ettore e Cesare, nelle acque del piccolo porticciolo, camminare ancora sulla carcassa del grosso cetaceo, increduli per quanto accaduto. Ed è grazie anche all’ascolto di racconti come questo che si comprende tutta l’importanza del suo agire quotidiano e la necessità di mantenere in attività un presidio come il Trabocco Punta Tufano, scrigno e custode di memoria in questo tratto di costa bellissimo e fragile sempre più proiettato a diventare un diffuso bar a cielo aperto, dove la voce del mare è sopraffatta dalla musica dei chioschi che spuntano in continuazione sull’arenile. Auguri di lunga vita a Punta Tufano, dunque, per i prossimi vent’anni e altri ancora.








