29 luglio 2011

Frequentato sin dall’età romana, oggi Ortucchio, è dominato dall’antica rocca Piccolomini. Circondata dalle acque dell’antico lago Fucino, si ergeva come una vera e propria isola nell’ampia distesa d’acqua che la proteggeva e sulla quale essa stessa vegliava

di Silvia Moretta, foto di Luigi Todisco

l'isola fortificataIl paese di Ortucchio sorge su un rilievo collinare posto nel lato sud-orientale della Piana del Fucino, costituendone uno dei punti di forza dell’antico sistema difensivo. Il lago era infatti circondato da un’ampia rete di fortificazioni a controllo del territorio: a nord si ergeva il castello Piccolomini di Celano, ad ovest il castello Orsini-Colonna di Avezzano, a sud la Torre di Trasacco, a sud-est la rocca Piccolomini di Ortucchio, a est le fortificazioni di Pescina e di Venere. L’ampio numero di architetture fortificate che, come in un vero scacchiere, sorgevano nei punti più strategici a difesa del lago, rendeva quest’ultimo paragonabile, per importanza e per ampiezza del sistema difensivo, ai grandi laghi dell’Italia settentrionale e centrale. In particolare la rocca di Ortucchio garantiva la difesa contro gli attacchi provenienti dalla Valle del Sangro, ma anche dalle Puglie, dal Sannio o dal Napoletano.
L’abitato, anticamente detto Ortusaquae o Hortus Aquarum – Giardino delle acque – di probabile origine romana, costituiva una penisola del lago, ma per il sollevamento del livello delle sue acque divenne progressivamente una vera e propria isola. Data la particolare posizione del paese nel contesto lacustre, la forza difensiva della rocca era data non dall’altezza del sito o dall’imponenza della fortificazione, quanto proprio dalle acque: quelle del lago non solo penetravano nel fossato scavato nella viva roccia, costituendo l’unica possibilità di accesso, ma erano presenti all’interno della stessa cinta muraria grazie a due archi, di cui uno attualmente murato, che permettevano la creazione di una grande peschiera da cui si accedeva ai livelli superiori dell’edificio.
La roccia è infatti presente anche all’interno del recinto fortificato: in essa sono scavati sia la peschiera sia i locali del livello inferiore adiacenti ai due grandi archi a sesto acuto.
La completa immersione nelle acque del Fucino costituì, almeno fino al suo prosciugamento, la particolarità più interessante e peculiare della rocca di Ortucchio, rendendola un vero e proprio unicum nel panorama dell’architettura fortificata italiana (foto in basso).
La storia della rocca è facilmente ricostruibile grazie all’iscrizione che campeggia, a caratteri solenni e piuttosto regolari, nella lapide marmorea che sovrasta il portale d’ingresso al castello, cui si accede tramite il ponte levatoio. Essa tramanda le informazioni principali sulla realizzazione dell’architettura: il nome del committente, l’aragonese Antonio Piccolomini, e la data della costruzione, il 1488 (vedi pagina seguente).
Dopo la conquista aragonese del regno di Napoli (1442), nel 1463 il re Ferdinando I assegna ad Antonio Piccolomini di Aragona “duca d’Amalfi, capitano generale delle genti d’arme di sua maestà”, nipote di papa Pio II (al secolo Enea Silvio Piccolomini) la contea di Celano, cui apparteneva anche il paese di Ortucchio. In realtà l’attuale rocca venne costruita sul sito di un preesistente fortilizio, che venne distrutto, per ordine di papa Pio II, da Napoleone Orsini durante la guerra tra Ruggerotto Acclozamora e la madre Iacovella. Della prima fortificazione – nella quale secondo la tradizione venne imprigionata Iacovella, colpevole agli occhi del figlio, fedele alla casata angioina, di essersi schierata dalla parte degli aragonesi – il Piccolomini salvò solo l’alto mastio quadrato con apparato a sporgere e resti di merlature, che venne inglobato all’interno della nuova cinta muraria quattrocentesca.   A livello costruttivo la rocca è un’esperienza intermedia tra il fortilizio aragonese di Ortona, del 1452, e quello di Avezzano, del 1492, e costituisce un importante contributo alla definizione della rocca rinascimentale d’impianto rettangolare con torrioni angolari, tipo che cominciava ad imporsi verso al fine del Quattrocento in Romagna, Marche e Toscana, e che era stato preannunciato dai castelli aragonesi.
La rocca, gravemente ferita dal violento terremoto che colpì la zona nel 1915, venne restaurata negli anni Settanta. È costituita da una cinta muraria di forma trapezoidale culminante, agli angoli, in torrioni angolari cilindrici (di quello nord-ovest resta solo una traccia nel basamento: si dice che sia stato abbattuto nell’Ottocento per far posto ad una piazza) e presenta alcune interessanti caratteristiche. Oltre allo speciale rapporto che la rocca aveva con il lago Fucino e alla presenza del mastio rettangolare interno alla cinta muraria, è da rilevare l’apertura dell’ingresso principale non in uno dei lati lunghi ma in un lato breve: ciò è probabilmente dovuto da un condizionamento ricevuto dall’architettura tardo quattrocentesca da quella che precedentemente ne occupava il sito.
All’interno, rimasto quasi allo stato di rudere, le tracce dei muri e delle imposte delle volte permettono di individuare gli ambienti che costituivano i locali di abitazione del signore, di guardia e di servizio (quali i ricoveri e i magazzini). Alcune testimonianze dell’epoca informano anche che la pusterla – ovvero una piccola porta d’accesso al camminamento per le guardie di ronda – si trovava al di sopra del portale d’ingresso principale.
Piace concludere con le parole dell’Agostinoni: “Anticamente era penisoletta dal collo sottile, divenne isola a poco a poco, ed ora quasi si perde sommersa. Quando v’era l’azzurro si librava specchiandosi e si lasciava ammirare da ogni punto lontano, ora, fra il verde, bisogna giungere sotto le case per vederla … Domina continua l’impressione di vita e di forme sorpassate da un pezzo. Pare che gli uomini e le cose abbiano risentito della mancanza di contatto continuo immediato con la terra da ogni parte, allontanati sempre più dalla torre costruita da loro, dalle torri vicine, dalle montagne che serrano intorno il breve piano fino al faro spento di S. Rufino a sinistra, e alle torri mozze di Venere a destra».

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