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Home Articoli Recenti

La favola del Corfinio

by Redazione
31 Marzo 2016
in Articoli Recenti, Le Vie del Gusto
La favola del Corfinio
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Testo    Enrico Di Carlo        Foto    Gino Di Paolo

La storia quasi leggendaria di com’è nato “l’odoroso Corfinio teatino”. Uno dei simboli d’Abruzzo e che di padre in figlio è.

È difficile immaginare che dalle pagine di un libro possano stillare profumi che sanno di antico, aromi che assorbono la loro linfa addirittura dalle radici della Maiella. È una favola, si dirà. Ed è proprio una favola, infatti, questa storia del “Corfinio” che Gerardo Di Cola, autore, editore (con il marchio di èDicola) e, soprattutto, attento collezionista, ha scritto intingendo il proprio pennino in quel giallo oro che è il colore donato dallo zafferano al nobile liquore chietino. Ma la storia del Corfinio è soprattutto quella del suo creatore, Giulio Barattucci. Una storia, anzi un favola, che inizia con il più classico dei “c’era una volta”, quando “una volta” non c’era ancora l’Italia unita; quando, qualche anno più tardi, la neonata nazione avrebbe “rischiato addirittura di diventare abruzzese” sotto la veemente spinta culturale di Gabriele d’Annunzio, Costantino Barbella, Francesco Paolo Tosti, Francesco Paolo Michetti. Proprio con loro, Giulio (all’anagrafe Giona), nato a Guilmi, un piccolo Comune del Chietino, il 4 marzo 1834, avrebbe visitato i resti dell’antica Corfinio, capitale della Lega Italica durante la guerra sociale contro Roma. E qcorfinio-piccolaui avrebbe trovato ispirazione per il nome da dare al nuovo liquore, brevettato nel 1858. Leggenda, forse, al di là della quale (o entro la quale), don Giulio si colloca come un gran mago. Una sorta di ‘mago’ distillatore, con una grande barba bianca e gli occhi miti e attenti, che nelle sue frequenti passeggiate lungo i sentieri della Montagna sacra a Maia, aveva colto quarantadue erbe, quante sono le essenze che fanno il Corfinio. Quel ‘mago’ lascia presto il suo paese d’origine per Chieti, ove inizia a svolgere il mestiere di pasticciere e caffettiere, anche se la sua grande passione è l’erboristeria. Ha due mogli (vedovo della prima e separato dalla seconda) che gli daranno complessivamente quattordici figli i cui nomi inizieranno con la lettera “A” per i maschi, e con la lettera “E” per le femmine. Farà eccezione l’ultimo, Paolo. In quarant’anni di attività, fino alla morte avvenuta, poco più che sessantenne, il 27 dicembre 1898, il ‘mago’ trasforma il Corfinio in un prodotto reale, ottenendo il brevetto, nel 1879, di “Fornitore della Real Casa”, concessogli da Umberto I. Apre a Chieti, Pescara, Napoli distillerie e locali che non sono soltanto caffè, ma veri salotti culturali. Nel capoluogo partenopeo, il Caffè Corfinio viene soprannominato “la bomboniera di Toledo”, in omaggio a una delle principali strade napoletane. Qui, tra le pareti affrescate da Michetti, si danno appuntamento Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao, Gennaro Finamore, Silvio e Bertrando Spaventa, Ferdinando Russo, oltre a gente comune. Il prodotto viene presentato all’Esposizione Universale di Parigi, nel 1900, e ad altre rassegne internazionali: Napoli, Torino, Milano, Tripoli, Bologna. Barattucci è ‘mago’ anche della pubblicità. Inventa “l’uomo sandwich” che gira per le strade, coperto da cartelloni pubblicitari, avanti e dietro. Si affida ancora una volta a Michetti che gli disegna la bottiglia a forma di anfora e le prime etichette; sfrutta l’amicizia di d’Annunzio che definisce il liquore “odoroso”, e di Vittorio Pepe che gli dedica una gavotta per pianoforte. Crea una serie di contenitori (borracce, bragozzi, bariletti, testuggini, taniche, le statuine di Aligi e Mila della dannunziana “Figlia di Iorio”) che Gerardo Di Cola ha diligentemente inventariato e fotografato in questo libro che è album della memoria. Di generazione in generazione, il Corfinio arriva al 1984, quando cessa di essere prodotto, dopo 126 anni di attività. Nel 1998, Fausto Napoli Barattucci, figlio di Letterio Napoli e di Anna Barattucci, ne riprende la distribuzione. Il giovane imprenditore, sulla scia del geniale trisavolo dà nuovo impulso alla conoscenza di quel nettare che sa di oro. A lui va il merito di aver istituito recentemente, a Chieti, nell’antico Villino Barattucci, un museo che non è solo uno sguardo sul passato dell’azienda di famiglia, ma sulla storia dell’intero Abruzzo.

 

 

Tags: abruzzochieticibocorfiniod'annunziogustoliquoresimbolistoriatradizioni
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