testo di Ivan Masciovecchio.
All’indomani del suo 94esimo compleanno compiuto lo scorso 27 luglio, Emidio Pepe ha smesso di camminare la terra e le amate vigne impiantate nelle Colline Teramane per raggiungere l’eternità e farsi stella nell’immensità del cielo.

Con oltre sessanta vendemmie portate sulle spalle e incise nelle mani e nelle viscere, lo storico viticoltore di Torano Nuovo (TE) è stato un autentico patriarca della viticoltura abruzzese. Dopo aver affiancato il padre ed il nonno che facevano vino in casa fin dal 1899, è stato il primo a credere nelle grandissime potenzialità del Trebbiano e del Montepulciano d’Abruzzo, dedicando ai due vitigni autoctoni abruzzesi tutte le proprie energie, verificandone le capacità di invecchiamento. A partire dal 1964, a piccoli passi, ha letteralmente conquistato il mondo muovendosi sempre in direzione ostinata e contraria, sorretto anche da una granitica forza d’animo e da un carattere (pro)positivo che non gli hanno mai fatto perdere la capacità di sorridere, neanche davanti ai ripetuti rifiuti commerciali dei primi tempi.

Impressa fin nel titolo del bellissimo volume scritto dal giornalista Sandro Sangiorgi per le edizioni Porthos nel 2014 in occasione della 50a vendemmia, «Manteniamoci giovani» era l’espressione che utilizzava per rispondere, con straordinaria gentilezza, a chi declinava la sua offerta di vini in bottiglia – eresia! – quando tutto intorno era un via vai di damigiane e cisterne. Erano gli anni ’60 e lui che aveva dentro di sé le qualità dell’agricoltore che mantiene sempre la testa alta per riuscire a guardare lontano, aveva già capito che il futuro era altrove; era lì dove lui si stava recando.

«Al Vignaiolo d’Italia, imprenditore di successo e maestro della cantina, che con coerenza e lungimiranza ha onorato la sua Terra, confermando valori e tradizioni che hanno fatto grandi l’Italia e l’Abruzzo». Così c’è scritto su uno dei tanti riconoscimenti ricevuti nel corso della sua pluriennale attività, attribuitogli per l’occasione nel 2018 dal Circolo Stampa Abruzzo, dall’Accademia Italiana della Cucina, dalla Fondazione De Victoriis Medori de Leone e celebrato con una bellissima festa nella tenuta di famiglia circondato dagli amici e dalle sue donne, a partire dall’amata moglie Rosa.
Coerenza e lungimiranza. Valori ribaditi anche dal presidente del Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo, Alessandro Nicodemi, per il quale Emidio Pepe «ha creduto nella sua terra, nelle sue vigne e nella sua idea di vino quando in pochi avrebbero scommesso sul Montepulciano d’Abruzzo e sul Trebbiano d’Abruzzo. Non ha mai rincorso le mode, non ha mai cercato scorciatoie: ha seguito con determinazione una visione precisa, anche quando il successo tardava ad arrivare, dimostrando che la fedeltà ai propri valori può diventare la chiave di un successo riconosciuto in tutto il mondo. La sua storia racconta come la forza di un’intuizione, sostenuta da una tenacia fuori dal comune, da una curiosità inesauribile e da una coerenza reale e non di facciata, possa cambiare il destino di un territorio. Il modo migliore per ricordare Emidio sarà continuare a difendere quei valori di autenticità, rispetto della terra e coerenza che hanno guidato tutta la sua vita e che sono ancora oggi una delle eredità più preziose lasciate al vino abruzzese».

Un immenso patrimonio enologico, ma non solo, coltivato, custodito e tramandato già da anni per discendenza matrilineare dalle figlie Sofia e Daniela – insignite del titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e sostenute negli ultimi anni anche dall’ingresso di Chiara ed Elisa, nipoti di Emidio –, le quali non senza difficoltà sono subentrate nella gestione diretta di tutte le attività, dal lavoro in vigna a quello in cantina, passando per l’adempimento delle pratiche burocratiche fino alla promozione e alla commercializzazione nei mercati internazionali; comprendendo anche la produzione agricola, dal grano Senatore Cappelli alla frutta.

Perché Emidio Pepe fin dalle origini non si è limitato esclusivamente alla cura della vigna, ma è stato in grado di comprendere e considerare l’agricoltura come un unicum olistico ante litteram, secondo la definizione di Sangiorgi. Un modo di essere e di pensare che dimostra ancora una volta tutta la modernità e la grandezza dell’uomo, entrato da ieri nel Pantheon dei grandi d’Abruzzo. A lui e alla sua famiglia, il nostro abbraccio più forte e la vicinanza sincera di tutta la redazione.








