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Home Le Vie della Natura

Piccola pesca, sostentamento nel rispetto della natura

by Noemi Trivellone
4 Luglio 2019
in Le Vie della Natura, Servizi
Piccola pesca, sostentamento nel rispetto della natura
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Un’attività che richiede l’impiego di attrezzature a basso impatto ambientale, svolta prevalentemente da proprietari delle imbarcazioni


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Costi minimi d’investimento e di esercizio, reti da posta, nasse e palangari: questi e tanti altri, sono gli aspetti peculiari della piccola pesca. Le imbarcazioni utilizzate per questo tipo di attività, non superano le dieci tonnellate di stazza lorda e non possono navigare oltre le venti miglia dalla costa; il Regolamento del Consiglio dell’Unione Europea fa esplicito riferimento alla piccola pesca costiera, descrivendola come “la pesca praticata da navi di lunghezza fuori tutto inferiore a 12 metri che non utilizzano gli attrezzi trainati”.

Concettualmente siamo al cospetto di un tipo di pesca artigianale, caratterizzata dal prevalente impiego della forza fisica dell’uomo e dall’uso di attrezzi da pesca selettivi, in grado di esercitare un limitato sforzo di pesca sulle risorse biologiche marine. Grazie alle dimensioni del natante e all’impossibilità di spingersi non troppo a largo dalla costa, le capacità di pesca, lavorazione, conservazione e stivaggio del prodotto non sono neanche lontanamente paragonabili e a quelle delle grandi barche. Si tratta, dunque, di una tipologia di pesca che permette di rispettare i naturali limiti del mare, con criteri di gestione sostenibile sia per la normativa cui è assoggettata, sia per le tradizioni e consuetudini del mestiere, che per le relative limitazioni dei mezzi: le dimensioni delle imbarcazioni, infatti, limitano questa pesca ad una distanza modesta dal porto di residenza; normalmente si esce a pescare e si torna in giornata, rendendo l’adozione di comportamenti e misure per proteggere le risorse ittiche, una necessità.

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Le ‘reti da posta’ utilizzate sono reti passive, di sbarramento, che vengono calate dai pescatori sulle rotte dei pesci: con questa tipologia di attrezzatura vengono catturati soprattutto cefali, orate, spigole, aragoste, pannocchie e seppie; con la ‘rete ferrettara’ si cattura soprattutto pesce pelagico come acciughe, aguglie, sgombri, cefali, tombarelli e palamiti. Altri strumenti impiegati per la piccola pesca sono i ‘palangari’, che impiegano simultaneamente più ami, costituiti da un cavo principale lungo anche diverse centinaia di metri. I palangari si definiscono fissi o di fondo se ancorati al fondo marino e posizionati a qualunque altezza, sia sul fondo che a mezz’acqua; si parla invece di palangari derivanti o di superficie quando essi sono lasciati all’azione dei venti e delle correnti e posizionati a mezz’acqua o in prossimità della superficie. La tipologia delle catture dei palangari fissi, dunque specie ittiche demersali, ovvero di fondale, è ben diversa da quella dei palangari derivanti grazie ai quali vengono pescati pesci pelagici di dimensione medio/ grande, come il pesce spada.

Gli impatti sull’ambiente per il palangaro potrebbero essere quelli legati alla cattura di specie accessorie non commerciali come i Selaci (pesci cartilaginei, squaliformi), mentre per le reti un problema è quello del ‘ghost fishing’, cioè la perdita dell’attrezzo che continua a pescare. Le nasse sono, invece, delle trappole che vengono calate sul fondo, spesso con un’esca attirante all’interno e recuperate poi in un secondo momento; si tratta di attrezzi di antichissima tradizione, costruiti con vari materiali come ferro, legno, vimini, plastica, utilizzati sia in acqua dolce per la cattura delle anguille, sia in mare per la pesca dei crostacei (gamberi, panocchie, aragoste e astici) e dei molluschi (polpi e seppie), nonché di specie pregiate di alto valore economico (orate, saraghi). Per la cattura delle seppie, in particolare, è tradizione usare come esca le foglie di alloro, sulle quali le seppie vanno a deporre le uova.

Nella suddivisione della flotta peschereccia italiana per sistema di pesca utilizzato, è previsto il sistema “polivalenti passivi”, inteso come l’attività di pesca che non utilizza una sola tipologia di attrezzo, ma più attrezzi, alternati nel loro impiego in funzione della stagione e della disponibilità della risorsa.

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Parlando di piccola pesca, è impossibile non menzionare i tipici trabocchi abruzzesi: queste insolite costruzioni sono principalmente macchine da pesca che si servono di reti quadrangolari, armate su supporti fissi, che vengono immerse nell’acqua e risollevate tramite un sistema di cavi collegati all’argano, azionato manualmente da una sola persona. L’origine dei trabocchi si perde nella notte dei tempi: si può solo supporre che la loro invenzione sia stata originata dalla paura che in passato l’uomo provava nell’avventurarsi in mare aperto per la pesca, mentre era più comodo e più sicuro “pescare da fermo”, da una piattaforma stabile, collegata alla terra ferma da una passerella in legno.

Sostenere la piccola pesca, oggi, significa anche appoggiare quei pescatori che pescano in modo sostenibile e hanno in comune l’impiego di attrezzi a basso impatto ambientale, che riducono al minimo gli scarti; solitamente sono i proprietari delle imbarcazioni su cui lavorano e pescano quanto necessario per il sostentamento delle proprie famiglie.

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Tags: palangaripiccola pescareti da postatrabocchitradizioni
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