8 gennaio 2014

Testo a cura di Raffaele Ambrosini, foto di Gino Di Paolo

La chiesa di Santa Maria del Soccorso è la più esposta alla vista e  al tempo stesso il luogo di culto meno conosciuto dell’Aquila. Custodisce una storia imponente e alcune delle meraviglie dell’alta scuola aquilana

Lambita da strade di grande comunicazione, S. Maria del Soccorso è la chiesa più esposta alla vista, ma forse la meno conosciuta dell’Aquila. Se ne ignora la storia, ancor più le origini e l’importanza nei secoli e persino il nome, identificata dai più come la Chiesa del Cimitero, ivi posizionato solo nel 1865. Densa di novità estetiche ed architettoniche, contiene capolavori dell’alta scuola aquilana.

Tabernacolo opera di Giovanni di Biasuccio con la collaborazione di Saturnino Gatti

Tabernacolo opera di Giovanni di Biasuccio con la collaborazione di Saturnino Gatti

Edificata dal 1469 al 1472 fora le mura (in dialetto aquilano, dal latino foras) è subito affidata agli Olivetani, la cui congregazione nella massima espansione enumera ottanta monasteri ed oltre mille monaci in tutta Italia. Nel 1497 annette l’abazia di S. Maria di Picciano, vicino la vestina Penne, cum Ecclesiis, decimis, pertinentiis, hominibus, villis, castris, salinis in Piscaria, pratis, vineis, pascuis in bosco et plano … ma  l’abbraccio si rivelerà mortale …

Oggi un cartello metallico ricorda che la piazza antistante S. Maria del Soccorso è intitolata agli Olivetani, il paramento della facciata è tenuto insieme da rassicuranti funi d’acciaio, mentre una selva di montanti sostiene dall’interno il tetto dell’aula della chiesa, in attesa degli imminenti lavori. Nessun segno apparente trasmette e ricorda ora l’antica magnificenza, ma ripercorriamone brevemente la storia.

Qualche anno dopo l’inizio della costruzione della chiesa di S. Bernardino, in località Torre sulla strada che conduce a Sulmona, gli aquilani venerano l’immagine di una Madonna che invocano ed Ella interviene a soccorso di ogni loro bisogno. Inserita in un modesto muro di una vasca richiama una popolazione sempre più vasta e numerosa da costringere l’universitas di Aquila a riaprire Porta Leoni, chiusa cento anni prima. Il pio Cardinale Agnifili, per dare dignità all’immagine, fa costruire una piccola cappella e, divenuta questa immediatamente insufficiente, procede, sostenuto dal ricco mercante ed esponente civico Jacopo di Notar Nanni, alla edificazione della chiesa che appellò S. Maria del Soccorso. Il Cardinale ed il Camerlengo di Aquila chiedono a papa Sisto IV, costruttore della cappella sistina in seguito affrescata da Michelangelo, che la chiesa venga affidata all’ordine benedettino degli Olivetani. La scelta fu motivata ed accolta anche per la grande benevolenza ed aderenza tra la dinastia aragonese del regno di Napoli e la congregazione del Monte Oliveto.

Notar Nanni di Civitaretenga, privo di discendenza maschile, elargisce cospicue offerte per la realizzazione di numerosi monumenti religiosi quali S.Bernardino e, ancor più di buon grado, finanzia quest’impresa attratto proprio dall’origine popolare, spontanea e genuina della fede di quella classe sociale che egli cerca di riconquistare ed alla quale si sente più vicino.

In questa autenticità di sentimenti anche l’architettura, nel momento di transizione tra romanico-gotico-rinascimentale, si plasma e si adegua dimenandosi tra il simbolismo degli stili, le indicazioni dell’Agnifili, le sostanze di Notar Nanni, la fede del popolo e la regia degli Olivetani, rendendo la chiesa di S. Maria del Soccorso punto d’incontro di novità, armonie e contrasti.

Le novità rinascimentali della facciata si riassumono nelle paraste, nel frontone e nelle partizioni orizzontali, mentre permangono nel gotico vari elementi quali il portale, l’oculo e le cornici.

La mancanza di documenti e dei disegni progettuali impedisce di comprendere quando e come i vari volumi del complesso chiesastico siano stati composti. La ricognizione delle strutture interne ed esterne stabilisce che l’esecuzione ed il completamento sono stati portati a termine in periodi ravvicinati, ma successivi, con tecniche e maestranze diverse come si evidenzia dall’inserimento a posteriori della cappella minore a sinistra e come dimostrato anche dalle disuguali altezze di imposta dei due rami laterali del transetto o differenze di aspetto di alcuni particolari. Il complesso strutturale, una delle rare chiese in pianta di Aquila, rivela la sapienza dell’architetto nel calcolare le muraglie costituenti il perimetro della croce dell’impianto chiesastico, variandone gli spessori a seconda delle spinte e dei carichi di volte e pilastri.

Il disegno della facciata, a strisce orizzontali bicrome in pietra locale, si può a ragione ipotizzare che sia stato suggerito dagli Olivetani provenienti dal senese, ottenendo oltre che una raffinatezza esclusiva anche l’effetto di confondere e schiacciare il rapporto altezza della cuspide/larghezza della facciata. In tal modo l’interesse immediato dell’osservatore viene spostato dalla novità del frontone (al posto della consueta parata rettangolare delle chiese locali finora realizzate) al portale, verso il quale tende e contribuisce anche l’oculo appoggiato sulla cornice.

Nella lunetta del portale che, volto a mezzogiorno, accoglie i devoti sono rappresentati, in un dipinto di Madonna con bambino di Paolo di Montereale, anche Jacopo di Notar Nanni ed il vescovo Agnifili.

Consentito dalla collocazione fora le mura, il complesso si espande a metà con due torrioni che contengono il transetto e conferiscono un aspetto di leggera fortificazione, che nel posteriore ingloba parzialmente e protegge anche l’area del chiostro, tra i più belli di Aquila, ed il monastero.

Sia dall’esterno che appena entrati non si ha l’esatta sensazione della composizione degli spazi e degli ambienti interni che invece vanno scoperti e conquistati man mano che si procede, attraverso l’unica navata, verso l’altare maggiore.

La semplicità francescana degli interni cattura lo sguardo, il candore delle pareti riproduce l’abito bianco degli Olivetani mettendo ancor più in risalto, senza distrazioni, i tesori d’arte e fede: i sepolcri di Notar Nanni e di Luigi Petricca Pica, S.Sebastiano (quest’ultimo ora nel Museo Nazionale al Castello) opere di Silvestro d’Aricola, il Fidia aquilano; l’altare del Soccorso di Andrea dell’Aquila, allievo di Donatello; la cappella del ligneo Crocefisso inserito in un’edicola lapidea; l’Annunciazione attribuita a G.Paolo Cardone, anch’essa al Museo Nazionale. Si delineano così quattro centri di devozione indipendenti, corrispondenti alle tre cappelle laterali ad assetto ottogonale irregolare (poligono ricorrente in Aquila) e all’altare maggiore; in quest’ultimo si contrappongono gli sguardi e convergono le tensioni di fede dei credenti dell’aula e dei monaci assisi nel coro. Le tre cappelle hanno in comune una spazialità ristretta che privilegia ed esalta l’altezza delle volte e delle edicole rispetto alla distanza tra fedele e altare. Costringe così lo sguardo verso l’alto per abbracciarne completamente la visione, ristabilendo e rimarcando in tal modo le giuste proporzioni tra l’uomo e la divinità.

Dal canto suo Picciano appare nella storia nel 1049, anno della donazione-fondazione del cenobio, badia e territori per elargizione di Bernardo da Penne. Con l’intento ufficiale di purificarsi dai peccati ed assicurare la salvezza dell’anima sua e dei suoi famigliari, in realtà egli pone al sicuro i suoi beni e contrasta al tempo stesso l’espansione dell’abazia di S.Clemente a Casauria. Inizialmente donata ai Benedettini, dopo un periodo di gestione dei Celestini, difficile per peste ed epidemie, con bolla del 1497 papa Alessandro VI affida agli Olivetani la badia che sarà appellata (ancor ora) S.Maria del Soccorso di Picciano.

Della badia di Picciano se ne occupano l’imperatore Federico II nel 1219, papa Celestino V nel 1294 confermando il privilegio di dover sottostare al solo potere papale, esentandolo da quello vescovile, Ferdinando I, re di Napoli, nel 1485 concedendo il privilegio singolare ed esclusivo, riconfermato da papa Innocenzo VIII, che tutti gli animali smarriti e vaganti sono di proprietà del monastero ed infine F.Francesco Davalos nel 1515 conferendo all’abate il potere di decidere, definire, terminare, punire e sentenziare sulle cause civili e criminali lievi.

L’abate aquilano ne amministra i beni a distanza, traendone esazioni in denaro e derrate alimentari, secondo i patti del 1580 stipulati con i vassalli piccianesi.

Le continue liti per i raccolti occultati dai contadini in tutti i modi assorbono risorse per controlli e processi, ma ancor più i gravi danni subiti dalla chiesa di Aquila nel tremuoto del 1703 consumano e infrangono l’equilibrio economico della comunità monastica e spingono l’abate aquilano a variare unilateralmente i patti tramutando i quintali di mosto, le 400 galline, le 2500 uova ecc., scomodi da trasportare e conservare, in grano. Ciò suscita la reazione dei vassalli, sobillati da feudatari limitrofi, con cause e litigi che dureranno fino al 1780. In quest’anno un novizio olivetano, dopo aver contraffatto alcuni documenti e distrutto altri, li consegna al fisco che intenta una causa di regio patronato nei confronti degli Olivetani di Aquila. Il processo, dall’esito scontato, costringe i monaci a lasciare Picciano nel 1787 ed il re, per riconoscenza, nomina chi falsificò i documenti primo abate secolare regio. Gli Olivetani, estenuati da ottanta anni di liti e privati delle risorse di Picciano, nel 1788 abbandonano anche la chiesa di S.Maria del Soccorso di Aquila per ritirarsi nell’abbazia madre di Monte Oliveto nel senese.

 

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