24 marzo 2020

La ditta Orsini e i suoi liquori di Giulianova hanno fatto echeggiare in Italia e fuori fruttando numerosi riconoscimenti

Testo di Sandro Galantini

GIULIANOVA – I liquori della Ditta Orsini di Giulianova erano noti ed apprezzati ovunque. Sin da quando Erminio, figlio del barbiere pescarese Gennaro e di Teresa Quaglietta, dal 1848 gestiva un frequentato caffè sul Corso e nel retrobottega, utilizzando cortecce di arance e varie ‘droghe’, aveva ottenuto un liquore finissimo e di gradevole aroma: il Doppio arancio.

Quel distillato era il principale ma non l’unico tra i liquori prodotti poi dal suo Stabilimento ubicato al pianterreno del palazzo omonimo nei pressi del Belvedere, innalzato nei primi anni settanta dell’Ottocento.

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Certamente però il Doppio arancio avrebbe fatto lungamente echeggiare, in Italia e fuori, il nome della ditta giuliese, fruttando numerosi riconoscimenti.

Medaglia di bronzo a Chieti nel 1880; nel 1884 oro nella mostra di Napoli e bronzo a Torino; diplomi d’onore nelle mostre di Anversa del 1885 e di Parigi del 1886; medaglia d’argento a Teramo nel 1888 e di bronzo a Roma nello stesso anno.

Ma per Giulio e Tiberio Orsini, figli dell’ormai defunto Erminio, il riconoscimento più ambito era giunto nel 1889, con il brevetto che consentiva alla casa giuliese il privilegio di potersi fregiare del simbolo araldico dei Savoia in quanto fornitori della Real Casa.

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Sicché non sorprende che, dopo i successi raccolti nella Fiera Colombiana di Chicago del 1893 e nell’Esposizione Universale di St. Louis del 1903, il Doppio arancio fosse stato scelto insieme con il Corfinio Barattucci per l’elitario pranzo (appena 48 coperti) imbandito nella Prefettura di Chieti da Cesarino Lizza il 12 giugno 1905, in occasione della venuta di re Vittorio Emanuele III con la consorte Elena di Montenegro.

Riferiva il periodico locale “Lo Svegliarino” di una tavola raffinatissima, con un favoloso servizio in argento (posate, vassoi, zuppiere, insalatiere), e di un ricco menù.

Il banchetto regale, «servito splendidamente», durò oltre un’ora mentre una folla immensa «aspettava sotto il palazzo della Prefettura che i Sovrani si ripresentassero di nuovo alla loro ammirazione».
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