18 dicembre 2017

testo di Ivan Masciovecchio.

Con l’ingresso di Nuccia De Angelis, imprenditrice e titolare del ristorante D.one di Montepagano di Roseto degli Abruzzi (TE), si ingrandisce la già bella e nutrita famiglia delle Donne del Vino d’Abruzzo. L’annuncio è arrivato in apertura del pranzo da star che la delegazione abruzzese guidata dalla giornalista Jenny Viant Gómez ha organizzato domenica proprio negli spazi diffusi del locale salito ai vertici della ristorazione internazionale di qualità grazie alla cucina dello chef Davide Pezzuto, conquistando nei mesi scorsi la prima stella della guida Michelin 2018 ed il secondo cappello da parte della guida dell’Espresso; un appuntamento giunto «a conclusione di un anno che ha visto le donne della filiera del vino abruzzese impegnate in azioni di charity a sostegno dei pastori danneggiati  dal terremoto di Amatrice, nonché in svariate attività di formazione e promozione del territorio. Ritrovarsi a fine anno qui ci dà lo spunto per continuare a riflettere sull’indirizzo delle nostre prossime iniziative che avranno come filo conduttore la sinergia con altri protagonisti dell’ambito culinario e turistico locali, indipendentemente dall’appartenenza di genere» ha dichiarato Viant Gómez durante l’incontro.

Le Donne del Vino d'Abruzzo con lo chef Davide Pezzuto (ph. Guido Ramini)

Le Donne del Vino d’Abruzzo con lo chef Davide Pezzuto (ph. Guido Ramini)

Riservato e concentrato sul proprio lavoro nonostante i successi ottenuti, lo chef di origini salentine aderente al consorzio Qualità Abruzzo ha deliziato la platea di addetti ai lavori proponendo un menù quasi interamente di pesce composto da preparazioni fresche, equilibrate e ben assortite, come un tonno marinato alla soia condito con una straordinaria maionese al wasabi e cipollotto al coppo ed un primo a base di granetti con jus di panocchia, burrata e crema di cacigni, piatto della tradizione originariamente preparato solo in primavera e qui al D.one invece proposto tutto l’anno, ingentilito con il latticino e la verdura selvatica, particolarmente apprezzato – si dice – dagli ispettori della guida dell’Espresso nell’attribuzione dell’importante riconoscimento.

Tonno marinato alla soia, maionese al wasabi e cipollotto al coppo (ph. archivio sito D.one)

Tonno marinato alla soia, maionese al wasabi e cipollotto al coppo (ph. archivio sito D.one)

«Conquistare la stella a Montepagano – ha dichiarato Pezzuto a margine del pranzo – è più impegnativo che altrove. Noi abbiamo creduto in questo progetto sin dall’inizio, volevamo fare qualcosa di unico e ci siamo riusciti. Non sono un perfezionista, ma so che possiamo crescere ancora. Non amo farmi vedere troppo in giro, chiunque voglia conoscere la mia cucina deve venirmi a trovare nel mio ambiente. Rispetto all’anno scorso abbiamo raddoppiato le presenze, ora si continua umilmente a lavorare a testa bassa consapevoli della nostra forza».

Lo chef Davide Pezzuto (ph. Massimo Garofalo)

Lo chef Davide Pezzuto (ph. Massimo Garofalo)

Nel corso del pranzo ospitato in quella che un tempo era una bottega di maniscalchi e fabbri e dove durante i lavori di ristrutturazione è stata rinvenuta un’antica forgia quadrangolare in mattoni, le sette portate del menu sono state accompagnate da vini al femminile presentati non senza qualche ritrosìa direttamente dalle singole produttrici; tutte bottiglie più o meno figlie di storie familiari, di passioni tramandate tra generazioni, di destini già scritti e di scelte consapevoli. Come la gradevole ed originale – almeno per queste latitudini – bollicina a base principalmente di Falanghina, vitigno che la famiglia Mucci di Torino di Sangro (CH) ha impiantato per prima in Abruzzo. Oppure il Pecorino della Tenuta I Fauri di Chieti, vero e proprio punto di svolta per la famiglia Di Camillo, che quindici anni fa ha provato ad andare oltre gli steccati quasi ideologici del Montepulciano e Trebbiano d’Abruzzo, impiantando vigneti mai coltivati fino ad allora dai propri avi – come raccontato dalla volitiva Valentina – ingaggiando una sfida continua con questo vitigno capace di donare ogni anno frutti di grande acidità e potenza, pregni di sfumature sempre differenti. Come anche il Montepulciano d’Abruzzo Bio DOCG Colline Teramane 2013 che Caterina Cornacchia ha battezzato Vizzarro come il soprannome del bisnonno, uomo particolarmente iroso ma dotato di grande generosità; vino godibile già ora, ma con un futuro roseo davanti a sé dopo gli ulteriori sei mesi di affinamento in bottiglia che lo aspettano.

Cannolo di Ricciola, emulsione al plancton e verdure in agrodolce (ph. Ivan Masciovecchio)

Cannolo di Ricciola, emulsione al plancton e verdure in agrodolce (ph. Ivan Masciovecchio)

Un’attenzione particolare è stata riservata al Cerasuolo d’Abruzzo grazie alla bottiglia portata in dote da Stefania Bosco, ex delegata delle Donne del Vino d’Abruzzo e memoria storica dell’associazione la quale ha esortato a riscoprire questo vino della tradizione regionale, l’unico della sua tipologia con una DOC espressamente dedicata, che non nasce da un semplice miscuglio di bianchi e rossi, ma bensì solo da un’attenta selezione delle uve più belle di Montepulciano d’Abruzzo. Un vino unico che dovrebbe diventare un cavallo di battaglia dell’enologia abruzzese, che potrebbe contraddistinguerci in Italia e nel mondo, che meriterebbe ben altre attenzioni anche da parte della stampa più o meno specializzata soprattutto in vista del 2020 quando, non potendo più riportare in etichetta il nome del suo vitigno di riferimento, potrebbe essere proposto in commercio solo con l’indicazione generica di vino prodotto da uve a bacca rossa come lamentato dalla produttrice Stefania Pepe.

ph. Ivan Masciovecchio

ph. Ivan Masciovecchio

Combattive, appassionate e consapevoli della propria forza, rappresentano davvero una bella realtà queste Donne del Vino d’Abruzzo, professioniste del settore che non rivendicano nessuna quota rosa, nessuna riserva indiana nel mondo dell’enologia regionale solo in virtù del proprio essere donne, ma che pretendono pari dignità esclusivamente perché le vigne che camminano, le uve che curano, le notti insonni che affrontano sono le stesse dei propri compagni, dei propri mariti, dei propri nonni; di quegli uomini, insomma, che storicamente non hanno mai riconosciuto l’importanza del loro lavoro. Nessuna contrapposizione di genere, quindi, ma la voglia di darsi una casa comune dove riconoscersi sorelle per offrire un alt(r)o contributo alla produzione enologica regionale, permeato da sguardi e sensibilità propri; un luogo necessario, accogliente ed inclusivo, che con l’arrivo di Nuccia De Angelis – deliziosa padrona di casa ed ideatrice di un modello di ristorante diffuso che attualmente, oltre al corpo centrale, consta di una sala eventi con giardino e vista circolare dal mare alla montagna, uno spazio solo per due intimo e romantico, una cantina con centinaia di etichette – si arricchisce di un nuovo fiore e di nuove sfide da realizzare.

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