26 marzo 2020

Testo di Sandro Galantini

Numerose, infatti, erano ancora le incursioni turche e barbaresche. E poi, come diceva Melchiorre Delfico nel 1784, il litorale aveva poco fondo. Per cui, a causa anche dei divieti per impedire il contrabbando, Delfico diceva che in tutto il litorale abruzzese fossero poche le barche da pesca «in Ortona, Giulia Nova, in S. Vito, in Pescara».

E coloro che le possedevano, spesso le vendevano per lo più a marchigiani. Oppure le ipotecavano. Lo fece il 29 settembre 1777 il giuliese Vincenzo Tappatà per due sue paranze a favore di Pietro Amato Palestini, di San Benedetto del Tronto, su un corrispettivo di 200 ducati.

La decisione si doveva ad un debito, per somma equivalente, che il giuliese aveva contratto ma mai saldato. Per cui con «mandato reale e personale della Regal Corte di Napoli» spedito ad istanza del Cassiere di Giulianova, l’insolvente Tappatà era stato imprigionato nelle «Reggie Carceri di Teramo».

A quel punto era intervenuto il Palestini “prestando” l’aiuto finanziario per saldare il debito, dietro la stipula di puntuali «patti e convenzioni da rispettarsi senza eccezione alcuna». Per tornare in libertà, il giuliese era stato quindi costretto a ipotecare le “parti” a lui spettanti sopra un paio di paranze, padroneggiate da paron Domenico Pilati di San Benedetto.

Il tutto veniva perfezionato con una procura rilasciata a Giuseppe Tanai. Davanti al notaio Filippo Merlini, nella casa sanbenedettese di Palestini (con lui ovviamente presente), si erano dunque presentati Tanai e la moglie di Tappatà, Donna Benedetta. Alla quale venivano consegnati i 200 ducati «a rischio, pericolo e fortuna» del marito per saldare il debito.

E affinché Palestini non dovesse «tenere ozioso il suo denaro, e correr rischio e pericolo della disgrazia, che Dio non voglia, delle Paranze e soccombere all’incontro, al peso dell’amministrazione di esse senza onesto utile», Tanai, in virtù delle piene facoltà concessegli dal mandato di procura, cedeva a Palestini le “parti” delle paranze spettanti a Tappatà, «in conformità dello stile che già si usa e non altrimenti», e costituendolo legittimo «Amministratore».

Infine Tanai prometteva e si obbligava, a nome di Tappatà, «di far pescare le dette paranze in questo Stato Pontificio fin all’intiera sodisfazione del credito di esso Palestini, e che tutti li danni, spese ed interessi, che possono incedere a dette paranze debbono cader sempre a danno di esso Tappatà, perché così per patto».

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