15 dicembre 2014

malandra_faugni_atriTesto  Chiara Di Giovannantonio   Foto  GIancarlo Malandra

Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre, tra fasci di canne secche accese si rievoca una tradizione che non finisce mai di stupire ed incantare: è l’antica festa dei faugni.

Dall’alto dei suoi tre colli fa capolino Atri, un’antica cittadina dall’impronta medioevale che si erge nell’entroterra teramano tra i “calanchi” del territorio collinare e la vasta pianura coltivata, piena di oliveti, vigneti e frutteti. Il paese di origine illirica, che oggi conta circa 11 mila abitanti, è stato per secoli un florido centro di scambi commerciali fin dall’epoca etrusca. Dopo un lungo periodo di decadenza, durante il Medioevo Atri riuscì a risollevarsi schierandosi con la fazione guelfa a sostegno del papato. In quel periodo furono costruite numerose chiese, tra cui la maestosa basilica duecentesca di Santa Maria Assunta. La cattedrale è stata edificata su un precedente luogo di culto, il tempio di Ercole, che poggiava su antichissime mura ciclopiche, tuttora visibili nella cripta. L’edificio è caratterizzato dalla presenza di un campanile di epoca medioevale, considerato il più alto d’Abruzzo con i suoi 57 metri di altezza, che può essere scorto anche dalle colline circostanti e dalla costa. Annessa alla cattedrale, si trova la chiesa di Santa Reparata, al cui interno sono conservati affreschi del XVIII secolo. Nei secoli successivi Atri passò di mano in mano tra i signori locali che la arricchirono di nuove costruzioni. Ancora oggi il centro storico del paese è pieno di monumenti, musei, palazzi signorili, distribuiti in un un dedalo di vicoli e piazzette che hanno conservato l’antico aspetto medievale. All’estremità occidentale della città risulta caratteristico soprattutto il rione di Capo d’Atri, con le sue minuscole vie che a volte permettono il passaggio di una sola persona per volta. In questo quartiere si trova una rocca edificata nel 1392 per volere del viceré Luigi di Savoia. Dopo un parziale recupero, l’edificio mostra un bastione, una parte delle mura ed un palazzetto signorile costruito nel Settecento. Tra gli altri luoghi religiosi degni di nota, c’è la duecentesca chiesa di Santa Chiara con il Monastero delle Clarisse, più volte ristrutturati. Le mura medioevali cittadine con la Porta San Domenico, l’unico punto d’accesso che il borgo conserva ancora integro, rientrano invece tra le vestigia civili e militari di Atri. In questa categoria rientrano anche “le Grotte”, un poderoso sistema di cunicoli collegati tra loro da pareti non rivestite accessibili dalla parte meridionale della città. Sono numerose le manifestazioni organizzate ad Atri, soprattutto di natura religiosa. Tra queste ce n’è una in particolare che ogni anno richiama visitatori da ogni dove. Si tratta dell’antica e suggestiva tradizione popolare dei “faugni” che si svolge l’8 dicembre, nel giorno della festa dell’Immacolata. Il termine “faugni” deriva dalla contrazione delle parole latine “Fauni ignes”, che letteralmente si traduce in “fuochi di Fauno”. Il riferimento al dio pagano protettore dei pastori, delle greggi e dell’agricoltura è immediato. Con l’affermarsi del Cristianesimo, i Faugni divennero i fuochi accesi sulle aie dai cristiani per guidare e illuminare nel loro percorso il volo degli angeli, che stavano trasportando la casa della Vergine Maria da Nazareth a Loreto. Oggi la festa prende avvio a partire dal tardo pomeriggio del 7 dicembre in piazza Duomo, con l’accensione di un grande falò che viene benedetto dal parroco della cattedrale e tenuto vivo fino all’indomani mattina. Nelle ore successive è tradizione degli atriani vivere la vigilia trascorrendo festosamente la gelida notte dicembrina all’interno delle proprie abitazioni o nelle osterie, nei bar e nelle taverne. Nell’attesa che arrivi il giorno, per prendere parte alla processione dei faugni, si mangiano le caldarroste e si beve il vino cotto, scaldati dal “sacro fuoco” che crepita davanti alla maestosa Cattedrale e dall’odore dei camini fumanti. La nottata, così come la chiamano gli atriani, ogni anno viene accompagnata da diverse iniziative. Musei, negozi e ristoranti si trasformano in luoghi del divertimento e dell’attesa con cene tipiche, concerti, spettacoli ed eventi. In tali occasioni la cucina di Atri è sempre protagonista, con i suoi prodotti più caratteristici, che vanno dal formaggio pecorino locale agli arrosticini, dalla liquirizia al miele, dall’olio extravergine d’oliva al dolce Pan Ducale e al Montepulciano d’Abruzzo. Ogni anno sono le splendide location del centro storico a fare da cornice all’evento, poi il calore del fuoco e il divertimento che prosegue per tutta la notte, fino alle cinque del mattino, quando la campana della cattedrale annuncia l’inizio dell’accensione dei Faugni. Questi alti fasci di canne accese, portati a mano da gruppi di atriani, cominciano a fare la loro comparsa accompagnati dalla banda con le note travolgenti della tradizionale marcia. Il corteo, composto da persone d’ogni età, vede procedere i faugni lungo le vie e piazze della città, trasformandole in “fiumi” di fuoco. I Faugnari percorrono un itinerario circolare attraversando gli stretti vicoli di Atri tra canti, balli e risate. Il borgo si rianima, prende vita e colore nella notte rischiarata dalle luci delle fiaccole che, secondo la tradizione, purificano il paese durante il loro passaggio. Al termine, la processione torna fino al sagrato in piazza Duomo dove tutti i resti dei Faugni non consumati vengono gettati tra le fiamme del falò. Il sacro fuoco, così alimentato, arriva fino alle prime luci dell’alba per spegnersi con le parole del sacerdote, che alle 6 del mattino celebra la messa. I festeggiamenti riprendono la sera dell’8 dicembre, con la tradizionale processione dedicata alla Vergine. La statua della Madonna, alta circa 2 metri e risalente al IXX secolo, viene trasportata sopra un baldacchino dello stesso periodo per le vie cittadine, tra gli edifici medievali che si affacciano sulle strade e le piazze con i loro balconi carichi di piante e fiori. A conclusione della festa, in serata si assiste al ballo delle pupe, fantocci dalle fattezze femminili che al loro interno ospitano persone che danzano. Si tratta di un particolare spettacolo pirotecnico, eseguito con due figure in cartapesta con gonne a campana, rivestite di razzi, botti e luminari vari. Le due pupe muovono i loro passi a tempo di musica mentre vengono incendiate, accompagnate dalle note di un intero complesso bandistico. Il ballo finisce con la girella e il botto finale, quando le due pupe si inchinano, tra gli applausi dei presenti.

 

PrintFriendly and PDF