8 ottobre 2014

Testo  Luana Cicchella     Foto  Maurizio Anselmi

A Fara San Martino, in questo angolo d’Abruzzo, lo spazio è animato dallo spettacolare concatenarsi di rocce, boschi, sorgenti e grotte, tra cui s’insinuano le mura dell’antica badia e quelle del rustico borgo. Natura, cultura, arte e tradizione tutto si fonde e si armonizza.

La Valle di Santo Spirito, il borgo e il monastero di Fara San Martino sono tesori di un patrimonio dallo straordinario valore polisemico. Gli elementi di arte e natura, sapientemente amalgamati, danno vita ad un luogo che si concretizza in uno straordinario laboratorio di sinestesie in cui le componenti del ricco patrimonio si combinano con equilibrio e armonia. Prima di giungere nella valle di Santo Spirito, in cui scorre lento il fiume Verde, si passa davanti al pastificio Del Verde, un’azienda che, proprio grazie alla purezza di queste acque carsiche, dal 1967 produce una pasta conosciuta e apprezzata in tutto il mondo. Inoltrandosi nel canalone vallivo s’incontrano, prima l’abbazia di San Martino e poi una serie di grotte e ripari rupestri. All’interno di questi pertugi naturali si rifugiarono per secoli gli eremiti ed i pastori che qui si trovarono a transitare. Fuori dalla valle, poco distante, si anima il borgo col suo centro storico, il suo agglomerato di case, la parrocchiale e la piazzetta. In questo luogo, come in tante località abruzzesi, si custodiscono antiche tradizioni che vanno dalle leggende, come quella del varco squarciato nella montagna dai gomiti di San Martino, allo svolgersi dei riti sacri, come quello delle ‘Ndorce de sante Martine con la processione che in piena notte parte da Atessa per giungere all’alba in quel di Fara; fino alle antiche credenze popolari che riconoscono alle pietre locali un valore apotropaico e curativo. Questo ingente patrimonio resiste da secoli alle aggressioni e alle vicissitudini subite per cause di varia natura. Nel 1943 i bombardamenti della guerra hanno in parte raso al suolo il centro abitato. A cadenza quasi centenaria, nel 1819, nel 1919 e nel 2010, si sono susseguite frane e alluvioni che hanno rischiato di trasfigurare definitivamente questo luogo. Durante le prime due calamità i detriti ricoprirono il monastero, che rimase ivi sepolto fino al 2005, quando ebbero inizio le attività di scavo per riportarlo in luce. Nel 2010 enormi massi di pietra si staccarono da un costone roccioso delle Gole ed ostruirono il varco d’accesso alla valle e quindi al monastero. Il passaggio è stato recentemente liberato e oggi è possibile attraversare di nuovo la strettoia d’accesso alla valle. In tempi in cui non esiste luogo del pianeta che l’uomo non abbia raggiunto o che non possa in qualche modo raggiungere, sembrerebbe quasi che “madre natura” abbia tentato d’imporre una certa segretezza a questo sito, come a volerne garantire l’integrità. Tutti gli elementi che compongono un tale ecosistema naturale e culturale, sono testimonianze tangibili delle trasformazioni intervenute nel tempo, tracce concrete dei cambiamenti che, proprio per questo, dovremmo preservare quanto più possibile. Al contrario troppo spesso il paesaggio ed i suoi beni diventano vittime di incuria, abbandono, aggressioni e disfacimento. Del resto è pur vero che le caratteristiche ambientali e urbanistiche di queste aree dell’Abruzzo, così come di ogni altro luogo della terra, sono il risultato dell’intervento dell’uomo che tanto meravigliosamente crea, quanto drammaticamente distrugge.

Resti del complesso monastico di San Martino in valle (XI - XV secc.)

Resti del complesso monastico di San Martino in valle (XI – XV secc.)

LA VALLE                                                                Ci troviamo in una delle conche vallive più ampie e lunghe d’Italia. Nell’area, incontaminata e selvaggia, si preservano alcune specie a rischio come le aquile che, insieme al lupo e all’orso, sono noti simboli faunistici della regione. Molto emozionante è il passaggio nella strettissima imboccatura, detta Gole di San Martino. Varcando quest’angusta spaccatura si avverte un senso d’impotenza. L’uomo di fronte ai maestosi elementi orografici diviene quasi microscopico; si ha come l’impressione di essere inghiottiti dalle viscere dell’immensa montagna. Al senso di smarrimento e sgomento però si combina una sensazioni positiva e rassicurante, che nasce dalla consapevolezza di essere un tutt’uno con ciò che ci circonda; emozioni intense che l’essere umano prova ogni qual volta si trovi davanti a scenari spettacolari come questo. Guardandosi tutto intorno si può percepire una piena e totale fusione con la natura, sentendosi così parte millesimale ma pur sempre inscindibile di questa. Proprio il legame profondo col creato sublimava il senso esistenziale degli eremiti, che in questo primitivo ed incorrotto territorio trovarono la dimensione perfetta per la loro ascesi.

L’ABBAZIA                                                                                                                                              Le maestose superfici della montagna, la fauna che le popola, perfino i più piccoli elementi vegetali che la rivestono, tutto contribuisce a dar vita all’incantevole panorama entro cui s’insinua il monastero di San Martino in Valle. L’opera dell’uomo è qui intervenuta direttamente sull’elemento naturale tramutandone in parte la funzione. Si trattava però di un “uomo” che amava e viveva ancora in perfetta simbiosi con il paesaggio circostante, per questo il suo intervento non distruggeva, ma piuttosto trasformava e creava. La struttura monasteriale di cui oggi restano le tracce corrisponde, grossomodo, a quella messa in opera intorno alla prima metà del XI secolo. Si tratta di un’opera realizzata da uno dei tanti cantieri che per tutto il Medioevo arricchirono di cattedrali, pievi e monasteri le aree geografiche dell’Europa cristiana. Gli ambienti e gli ornamenti, nati dalle frenetica e meticolosa attività di costruttori, carpentieri, scalpellini, pittori e scultori, ancora oggi provocano stupore e curiosità in chi si ferma ad ammirarli. Molti edifici, come quello di San Martino, sorgevano in luoghi davvero improbabili, zone montuose, selvagge e impervie; spazi ameni e solitari, che proprio per questo rappresentarono un rifugio ideale per le comunità di monaci che ivi abitarono, completamente immersi nella preghiera e nel lavoro. Gli elementi e le caratteristiche essenziali dell’abbazia di San Martino in Valle, seppure ridotta allo stato di rudere, non smettono d’impressionare i visitatori. In questo caso l’impatto è reso ancor più forte dalla suggestiva ambientazione che la circonda, oltre che dall’alone di mistero che leggende e tradizioni popolari hanno creato intorno al luogo di culto. Il monastero, sepolto dai detriti delle calamità naturali dell’800 e del ‘900, dopo alcuni tentativi di recupero, è stato definitivamente riscoperto solo qualche anno fa. I risultati delle indagini stratigrafiche, effettuate durante i lavori di recupero del 2005  e del 2009, hanno fornito varie indicazioni sulle fasi costruttive. Oltre all’impianto generale risalente all’XI secolo, sono evidenti alcuni rifacimenti riconducibili al XIII secolo. Diverse fonti scritte dimostrano inoltre che un primordiale complesso cenobitico-ruprestre, era qui presente già tra l’VIII ed il IX secolo. Nella fase più arcaica il complesso architettonico presentava solo una cappella, forse un piccolo cortile ed alcuni semplici alloggi in legno (per le indagini archeologiche vedi: L. Tulipani, L’Abbazia benedettina di S. Martino in Valle – secc. IX-XVIII -. Le fonti archeologiche, in “Quaderni di Archeologia d’Abruzzo”, n. 1, 2009). Nei primi secoli della sua esistenza il cenobio, allo stato embrionale, non era altro che un luogo in cui si ritiravano periodicamente gli eremiti, i quali per il resto del tempo vivevano il loro romitaggio nelle numerose grotte, disposte a varie altezze sulle pareti rocciose lungo il vallone. Tra queste una delle più interessanti è quella di Santo Spirito a due ore e mezzo di cammino dall’abbazia; un grosso riparo lungo circa 70 metri, entro il quale oltre ai resti della cella, si distinguono tracce di scalpello e muretti a secco (E. Micati, Eremi e luoghi di culto rupestri, dalla Majella al Morrone, Pescara 1990, p. 109). Dopo la soppressione del 1451 il monastero cadde in uno stato di semi abbandono ed i suoi beni furono acquisiti dal Capitolo Vaticano. Questo presidio monastico in passato ha funzionato anche come una sorta di “passaggio doganale” per l’entrata e l’uscita dalla Valle. Alcuni studiosi hanno riferito dell’esistenza, almeno fino alla fine del XIX secolo, dei resti murari di un antico cancello incastrato proprio all’imbocco delle gole. Ancora oggi i resti del monastero sono lì come un immortale custode, e s’impongo al passante che inevitabilmente si ferma ad ammirarli; una fermata quasi obbligata, come a chiedere il permesso di transitare nella valle.

IL BORGO

Il paese di Fara San Martino è un piccolo centro abitato, poco distante dall’imbocco del vallone, formato da un intricato e fitto nucleo di casupole e viuzze. La caratteristica trama urbanistica e il panorama circostante hanno ispirato molti artisti, tra i quali il disegnatore olandese Cornelis Escher. Questi in una xilografia del 1928 ha impresso, attraverso segni e linee ripetuti con regolarità, uno scorcio del complesso abitativo e dei campi circostanti. Lo sfondo è dominato dalla parete della montagna, sulla quale un tratteggio continuo origina ondulazioni simmetriche che rappresentano l’aspetto dato alla superficie rocciosa dal lento e millenario scorrere dell’acqua e del vento. Nella zona detta di Terravecchia persiste la parte più antica del borgo, quella sopravvissuta al terremoto del 1933 e ai bombardamenti del ’43. All’interno della parrocchiale di San Remigio si trovano custoditi alcuni resti dell’ornamentazione scultorea che decorava in origine il complesso monastico di San Martino in Valle. Qui oltre a questi reperti è possibile ammirare la pala della Circoncisione, bellissimo dipinto realizzato all’inizio del Seicento da Tanzio da Varallo. Questo artista, poco noto al grande pubblico, rappresenta uno dei più interessanti interpreti della pittura intensa, reale e appassionata del Caravaggio. Un’energia incontenibile traspare nelle figure che animano il dipinto. Sarà inevitabile non lasciarsi impressionare dalla forza espressiva dei volti, dal realismo dei corpi e dal pathos dei gesti che caratterizzano i personaggi della sacra rappresentazione. In quest’area ai piedi della Majella, la ricchezza del paesaggio e i suoi contenuti – il borgo, l’abbazia e la valle –  ravvivano l’ecosistema composito di un luogo davvero incredibile. Le parti si fondono in un tutto dove le sinestesie sensoriali amplificano la percezione e fissano indelebile il ricordo. Per chi non c’è mai stato, vale davvero la pena andare a scoprire questo angolo magico d’Abruzzo; per chi invece c’è già stato è inevitabile tornare di tanto in tanto a godere di un’atmosfera unica, arcaica e maestosa.

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