20 dicembre 2013

 Testo  Alessandra Giancola   Foto  Gino di Paolo

Probabilmente opera di due raffinati artisti quali Bernardino di Cola del Merlo e Sebastiano Casentino, il “polittico di Pianella” si svela in tutta la sua eleganza e rivela allo stesso tempo i rapporti dell’arte abruzzese con la Città Eterna.

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A volte può succedere di  rimanere attratti, inspiegabilmente incantati, coinvolti, quasi assorbiti dalla bellezza, non solo in senso astratto. E’ come se fosse possibile riconoscere sensazioni insolite, ma proprie, di appartenenza e comprensibilità. Vi sono opere d’arte capaci di comunicare senza filtri, esercitando una sorta di potere sui sensi di chi vi si accosta. E’ come se l’opera cercasse la nostra attenzione. Per secoli gli occhi incantati dei personaggi del “polittico di Pianella” hanno attirato gli sguardi di coloro che, a vario titolo, li hanno incrociati. Nel quindicesimo secolo Pianella era ancora l’antica e ricca città dove alla profonda sapienza contadina e all’arte complessa della produzione di olio, che tutt’ora la contraddistingue, si intrecciavano intense le trame del commercio con territori lontani.  Non solo da est, ma anche dall’interno appenninico, attraverso le vie di comunicazione, arrivavano idee, novità, contatti, che intrecciavano, non solo idealmente, la vivacità culturale adriatica con quanto accadeva ad ovest, dove le direttrici culturali si irraggiavano dalla Toscana, all’Umbria fino a Roma. La città Eterna stava subendo un radicale mutamento, divenendo la splendida corte rinascimentale dei papi, luogo di innovazioni artistiche dove i più importanti nomi del rinascimento si alternavano alla volta delle committenze capitoline.  Nello stesso momento,  al di qua dell’Appennino, la nostra opera sta per essere commissionata, probabilmente intorno al 1487, come suggerisce la studiosa Lucia Arbace,  in concomitanza con un momento storico importante per  Pianella. Infatti, Ferrante I d’Aragona, re di Napoli, dona la città al conte di San Valentino, Orso  Orsini detto Organtino. Un Orsini, un romano appartenente al ramo dei Monterotondo come suo zio, nominato cardinale da Papa Sisto IV e nemico di Cesare Borgia, a seguito della congiura contro il quale fu assassinato. Con molta probabilità, quindi, l’opera di Pianella può plausibilmente avere in sé le tracce iconografiche e stilistiche delle influenze romane e soprattutto degli artisti operanti nella capitale, ma provenienti dall’Umbria o dalla Toscana. Molti studiosi sono concordi nell’avvicinare alcuni elementi iconografici e stilistici alle opere del Perugino. In particolare vi è un riferimento  sia con quelle legate all’ambiente romano, come la “tavola da muro” o l’affresco che coronava la parete di fondo della Cappella Sistina prima che venisse distrutta dall’incendio del 1525, poi sostituita dal Giudizio Universale di Michelangelo , sia nelle opere di ambiente napoletano. Ebbene, sul finire del quindicesimo secolo, nel pieno fermento artistico rinascimentale , il polittico di Pianella vede la luce ad opera, probabilmente, di due raffinati artisti abruzzesi, Bernardino di Cola del Merlo e Sebastiano da Casentino.  Prezioso nell’aulicità del fondo oro, volutamente solenne, tradisce un’eleganza piena di vitalità e movimento  nella sapienziale resa dei panneggi svolazzanti e nelle capigliature arricciolate. La pulizia nel  disegno è arricchita da una tavolozza vivace, quasi esuberante, soprattutto se paragonata all’idea architettonico- costruttiva del polittico, realizzato in cinque tavole centrali, scandite da paraste lignee decorate con intagli  dal sapore tardo gotico, accentuato dalle forme polilobate sotto il finto marcapiano e dalle cinque cuspidi che costituiscono l’ordine superiore.

 

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La preziosa cornice dorata è stata avvicinata alla produzione coeva veneziana e ciò troverebbe giustificazione nei contatti accertati tra queste terre d’Abruzzo con i mercanti della Serenissima. Al centro vi è rappresentata la Vergine, seduta su uno scranno ligneo dallo schienale azzurro profondo che interrompe il fondo in oro. La giovane Madonna, dall’incarnato pallido, ha lineamenti perfetti che richiamano la delicata proporzione dei volti perugineschi. Lunghi capelli dorati cadono morbidi sulle spalle, appena annodati dietro la nuca con un velo d’oro appena visibile, annodato, poi, sul petto. Il Bambino siede sulle ginocchia della madre, sorretto dalle sue  mani aggraziate. Paffuto, rivolge il suo sguardo oltre, verso l’imperscrutabile. Alla destra della Vergine, come proteso verso il Bambino, l’Arcangelo Gabriele, con il giglio nelle mani e le ali spiegate, appena visibili nello spazio inquadrato dalla finta monofora lignea, sorveglia la scena. L’abito rosso è mosso dal vento, come i capelli ricci color nocciola che si sollevano dietro le spalle. Al suo fianco è raffigurato San Bonaventura, con la mitra impreziosita di pietre preziose e oro. Le mani sono coperte da guanti bianchi; in una regge il pastorale, mentre con l’altra indica alla sua destra. Dalla lunga barba bianca, avvolto in un manto rosato gonfio di panneggi, afferma, con la sua presenza, un legame tra l’opera e l’ordine francescano, peraltro vicino alla famiglia Orsini. Infatti la sua storia vuole che da bambino fosse stato guarito da San Francesco in persona.  Divenuto francescano, dopo aver a lungo studiato a Parigi divenne un importante teologo e riferimento per la Chiesa, tanto da essere annoverato tra i suoi Dottori. Fu l’autore della biografia di San Francesco, a cui si ispirò Giotto in Assisi. Specularmente, a sinistra della Vergine, vi è raffigurato San Michele nell’atto di trafiggere un piccolo demone nero. Quest’ultimo non è rappresentato dal drago, ma da un essere con il volto dalle sembianze umane e le zampe caprine.  L’Arcangelo, costretto nell’armatura, stringe la lancia, ma senza impeto, con facile naturalezza compie la sua azione. Misurato nei gesti, schiude le ali e guarda davanti a sé mentre il vento solleva i lunghi ricci che cadono sulle spalle. Alla sua sinistra emerge dal fondo, che doveva essere dorato ma che in questo punto lascia intravedere la preparazione per la doratura ormai persa, un bellissimo San Sebastiano. Appoggiato al ceppo è raffigurato nudo, dalle sembianza apollinee, con lo sguardo rivolto verso l’alto mentre attende al suo martirio. Sebbene vi sia una scansione netta tra le tavole del polittico,  la separazione è volutamente superata da un’unica linea dell’orizzonte che delinea uno spazio dal colore verde, su cui i soggetti iconografici poggiano i piedi, come fosse un prato sovrastato da un cielo dorato. Nel registro superiore, la  cuspide centrale accoglie un angelo dalla chioma bionda e lunga, scompigliata da un vento che gioca con i panneggi dell’abito dai colori accesi e dai sottili ricami dorati. Con un espressione solenne tiene tra le mani una corona, nell’atto di porla sul capo della Vergine raffigurata sotto di lui.  Quattro meravigliosi angioletti, di dimensioni ridotte,  accompagnano la scena con strumenti musicali: i medesimi che ritroveremo negli angeli musicanti dipinti da Saturnino Gatti nella chiesa di San Panfilo a Tornimparte. L’atmosfera festosa e il trionfo di colori viene ribadita nel registro più basso, concepito come un’unica fascia. Quattro angeli, due a sinistra e due a destra, porgono cesti ricchi di frutti, come ad inneggiare ad una primavera abbondante. Al centro Cristo benedicente è affiancato da otto Apostoli, tra i quali sono riconoscibili San Pietro con la chiave nelle mani e San Paolo, con la spada. Questa iconografia appare piuttosto particolare se confrontata con le canoniche rappresentazioni di  Cristo tra gli Apostoli, ma ciò rende ancora più interessante l’opera.  Questa fu rinvenuta nella chiesa di San Leonardo, una  tra le più antiche di Pianella, probabilmente in origine, risalente al trecento, oggi ospita un cinema parrocchiale. Fortunatamente il polittico fu salvato dal degrado e portato al Museo Nazionale d’Abruzzo. La Soprintendenza ha sottoposto il polittico ad un meticoloso restauro valorizzando questa straordinaria opera sotto tutti i punti di vista. Recentemente è stata esposta nella mostra  “Rinascimento Danzante” ed è attualmente esposta presso il Castello Piccolomini di Celano.

 

 

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