18 dicembre 2013

Testo a cura di Laura Quieti, foto di Giovanni Iovacchini

 

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Prendi due insegnanti, Alfonso e Giovanni, uno appassionato del proprio territorio l’altro cultore della fotografia; mettili alla stessa tavola a centellinare vino, discorrendo delle tradizioni locali ed ecco che nasce il progetto: ricercare i palmenti di Pietranico e riportarli in vita, se non nella pratica almeno in senso figurato. Come ogni impresa, il lavoro è durato un anno, tra sopralluoghi, pulizia dei siti, approfondimenti storici e scatti fotografici. Il frutto è ora apprezzabile in una mostra, dal titolo “I palmenti di Pietranico”, che il fotografo Giovanni Iovacchini ha allestito presso “Giazz e ristorante” di Pescara. Nel testo di Alfonso Creato, a commento ed ampliamento fotografico, si legge che “Pietranico vanta una tradizione millenaria nella produzione di vino ed olio. La maestosità della maggioranza delle vasche sono la testimonianza di questo”. I palmenti, molto comuni tra l’età ellenistica e quella romano-imperiale, nell’Italia meridionale si diffusero tra Campania, Calabria, Puglia e Sicilia. In Abruzzo questi pigiatoi all’aria aperta, scavati nella roccia sono stati rinvenuti in maniera sporadica tra le province di L’Aquila, Teramo e Chieti, concentrando la massima presenza proprio nel territorio pietranichese.

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Alcuni documenti fanno risalire all’epoca altomedioevale la coltivazione della vite, mentre l’esistenza delle vasche da pigiatura è storicamente attestata sin dal 1700 sul Catasto Onciario di Pietranico oltre che dall’inequivocabile data “1687” incisa su di un palmento. Lo scopo di questi impianti, posti in prossimità di vigneti, era quello di trasportare fino alla cantina il mosto piuttosto che le uve, in modo da alleggerire il carico. Il termine palmento potrebbe risalire ad una forma latina non attestata “paumentum” al posto del classico “pavimentum” che indicava il luogo dove si pigiavano le uve, ma anche da “palmes” tralcio di vite. Singolare la realizzazione di queste opere: scavando enormi monoliti, si formavano una o più vasche collegate da canalizzazione e utilizzate sia per la pigiatura dell’uva che per la fermentazione dei mosti e la pressatura delle vinacce. L’architetto Gaetano Berardi, coinvolto nello studio dei manufatti, ha effettuato i rilievi dei pigiatoi meglio conservati ed in tutti ha notato la stessa perfezione dello sfruttamento dell’andamento morfologico del terreno che consente la giusta pendenza per lo scorrere del liquido. Nonostante nel passato qualcuno sia riuscito a costruire su di essi, inglobandoli in muri di abitazioni o ne abbia demolito alcuni con la dinamite per ricavarne pietre da costruzione, a Pietranico sono rimasti dieci palmenti che nel 2000 il Presidente della Pro Loco segnalò alla Soprintendenza regionale ai beni archeologici. Quindi da una decina di anni queste vasche sono sotto vincolo paesaggistico ed archeologico. “Il lavoro di ricerca che mi ha unito ad Alfonso e Gaetano –afferma Iovacchini- è stato condotto per puro amore del territorio e con la fiducia che si possano perseguire azioni di tutela del patrimonio culturale e si diffonda sempre di più la conoscenza del nostro passato”. La mostra, grazie alla disponibilità di Luca Montenero, è visitabile a Pescara presso Giazz (piazza Duca d’Aosta, orario apertura ristorante) mentre dal 12 gennaio si sposterà nelle sale espositive di Pietranico.

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