10 novembre 2011

Definiti dal Vate “Anfibi antidiluviani”, i trabocchi sembrano avere una vita propria. Disseminati sul litorale meridionale abruzzese, ci raccontano di un’antica civiltà legata alla pesca e alla tradizione

di Jenny Pacini, foto Luciano D’Angelo

trabocco rocca san giovanni

Il trabocco di Rocca San Giovanni in provincia di Chieti.

Quando la costa abruzzese corre verso sud, nel tratto della provincia di Chieti che va da Francavilla a San Salvo, diventa via via più sinuosa e silente, tra spiagge e calette nascoste, accessibili solo a piedi. Quando le ginestre imperversano selvagge e il paesaggio si macchia di rigogliosa vegetazione profumata, gli oliveti e la vigna sono bramosi di brezza salmastra e la lecceta di Torino di Sangro regna autentica e mediterranea, si intravedono sopra gruppi di scogli, strane creature protese verso il mare. Sembrano ragni sparsi sul litorale con lunghe antenne rivolte ad oriente, un piccolo corpicino e snelle e traballanti zampe che affondano nell’acqua. Sono i trabocchi, ataviche palafitte da pesca diffuse sul versante adriatico meridionale, testimoni di tempi antichi in cui l’uomo pare avesse paura di avventurarsi in mare aperto. Come vedette sul mare, queste piattaforme assicuravano stabilità, qui si poteva pescare senza allontanarsi nel blu, in un luogo a metà tra la terra e l’acqua, una sorta di braccio che prolunga la costa. Una volta vi abitavano le famiglie più povere dei pescatori delle zona. Descritti, dipinti e fotografati da molti, i trabocchi sono stati celebrati con estrema precisione e suggestivo lirismo anche dal Vate, in alcune pagine de “il Trionfo della Morte” (1894). Così scriveva Gabriele d’Annunzio, nel periodo in cui soggiornava sulla costa abruzzese nel suo rifugio: “La macchina pareva vivere di una vita propria, avere un’aria e un’effige di corpo animato. Il legno esposto per anni ed anni al sole, alla pioggia, alla raffica, mostrava le sue fibre…si sfaldava, si consumava, si faceva candido come una tibia o lucido come l’argento o grigiastro come la selce, acquistava una impronta distinta come quella d’una persona su cui la vecchiaia e la sofferenza avessero compiuta la loro opera crudele…”.  Il termine trabocco è stato di fatto italianizzato e proviene dal dialetto travocche, forse derivante dal latino trabs (legno, albero, casa); per qualcuno la parola deriva dal “trabocchetto” che si tende al pesce, per altri dalla tecnica di conficcare i pali tra gli scogli, “tra i buchi”, oppure dal cosiddetto “trabiccolo” usato nei frantoi per spremere le olive, molto simile all’argano che è situato sul trabocco.

Gli elementi costitutivi
Sempre citando il Vate, Turchino, il pescatore presente ne “il Trionfo della morte”, lo si poteva scorgere su una scogliera nerastra, dove era situata: “La grande macchina pescatoria composta di tronchi scortecciati, di assi e di gomene, che biancheggiava singolarmente, simile allo scheletro colossale di un anfibio antidiluviano”. Il traboccante è un vero e proprio artigiano che si avvale di una sapienza costruttiva di grande ingegno tramandata nel tempo, è un’arte quella di assemblare materiale di recupero, spesso portato dal mare. Apparentemente precario e fragile, il trabocco è fissato in equilibrio con strallo di cavi e con pali alla roccia. Strutture simili sono presenti anche sul litorale del Gargano, a Latina, nel basso Tirreno e a Ravenna; tuttavia, il trabocco abruzzese si distingue dagli altri perchè situato in parte o totalmente in acqua, trasversalmente rispetto alla costa cui è collegato con passerella. Quest’ultima, la cui dimensione può variare, è un ponte con la terraferma. La piattaforma è costituita da tavole di legno che coprono in media una superficie di quaranta metri quadri ed è retta da quattro-sei pilastri verticali. Anche detta palchetto, la piattaforma ospita l’argano che consta di due pali incrociati che comandano la rete durante la pesca. Infine sulla struttura troviamo la cabina, un piccolo vano con tetto, una volta utilizzata anche per l’allevamento e oggi cucina per la ristorazione. Le cosiddette antenne sono due pali leggeri in abete che consentono, grazie all’ausilio di carrucole, il movimento delle corde poste a sostegno degli angoli superiori della grande rete. Le antennine, invece, sostengono gli estremi inferiori della rete. I materiali impiegati per la costruzione dei trabocchi di una volta, provenivano dalle immediate vicinanze. Per la paleria era frequente l’uso del castagno, dell’olmo e della robinia, oltre al pino e all’abete rosso. Per le corde si utilizzava la canapa. In seguito, furono impiegati anche pali delle linee telegrafiche e telefoniche, stabilizzati da fili di ferro. A volte si costruiva anche con i resti provenienti da altri trabocchi.

La storia
Sulle origini di queste splendide figure lignee in bilico sulle acque marine, esistono diverse versioni. Per uno dei più grandi appassionati di strutture da pesca e della loro storia, Pietro Cupido, autore del libro “Trabocchi, traboccanti e briganti” (Menabò 2003 pp. 144), le “macchine pescatorie” sono apparse sulle coste abruzzesi intorno al 1627, quando gruppi di ebrei ripararono in Abruzzo dalla Francia e inventarono questi marchingegni in quanto esperti artigiani. Da allora, “I traboccanti sposano il freddo ed amoreggiano con il sole”. Nel 1863, con l’arrivo dei binari, giunsero bulloni, traversine, fili di ferro che man mano arricchirono la struttura del trabocco. La stessa ferrovia portò nel 1889 d’Annunzio e la sua donna, Barbara Leoni, per alcuni mesi nella casa dove il Vate scrisse il romanzo prima citato. Secondo quanto narrato da uno dei tanti Verì della zona, epigoni di antichi traboccanti, pare che a quei tempi il poeta andasse a scrivere sugli scogli, compiendo un tratto a nuoto con matita e foglio stretti tra i denti.
Stando all’ipotesi di Attilio Piccinini, un altro conoscitore dei trabocchi, la loro origine si perde nella notte dei tempi. Suppone che essi siano stati “poggiati” sul mare nella nostra zona, già nel 1200. A testimoniarlo, un antico documento del 1400 scritto in dialetto veneto-bergamasco da Padre Stefano Tiraboschi dell’Ordine Celestiniano, che narra di come Pietro da Morrone, uscendo dall’Abbazia di Fossacesia, poteva ammirare il mare sottostante: “punteggiato di trabocchi”. Il manoscritto di Padre Tiraboschi è stato trascritto da Maria Burani. I trabocchi nel dopoguerra hanno subìto un progressivo abbandono dovuto sia al disuso delle strutture, sia alla perdita delle tecniche di manutenzione. Oggi sono protetti da una normativa speciale in Abruzzo che ne promuove il recupero e la valorizzazione estetica.

La tutela
La cura dei trabocchi come patrimonio culturale è uno degli obiettivi del Patto Territoriale Sangro Aventino. In proposito, nel 2010 è stato sottoscritto un protocollo d’intesa per la realizzazione di uno studio di fattibilità e per la promozione della Costa dei Trabocchi, coinvolgendo vari enti tra cui la Provincia e la Camera di Commercio di Chieti, Confindustria, Confesercenti e tanti altri attori. L’intento principale è quello di potenziare la fruizione integrata e sostenibile delle risorse ambientali, culturali e di identità. Raffaele Trivilino, direttore del Patto Territoriale Sangro Aventino, in prima linea nello studio di fattibilità, sottolinea l’importanza della tutela di questi magnifici custodi della tradizione marinara: «I trabocchi sono un elemento distintivo e caratteristico del nostro comprensorio, possono essere un’importante attrazione turistica di grande valore culturale. Lo studio che stiamo facendo intende rimodulare l’immagine del territorio, puntando sulla nostra identità oltre che sulla qualità dei servizi turistici». Per quanto riguarda la possibile istituzione del Parco della Costa Teatina, Trivilino aggiunge: «Potrebbe essere un valore aggiunto alla presenza dei trabocchi ma è prioritario gettare le basi di un turismo intelligente. Altro traguardo importante è la realizzazione della ciclovia adriatica lungo tutta la Costa dei Trabocchi, nell’area dismessa della ferrovia». E sulla prospettiva del Parco si è aperto un acceso dibattito che vede molti contrari e pochi favorevoli, innanzitutto perchè i pescatori, protagonisti della zona costiera, temono il blocco dell’attività. Nodo principale della questione è la perimetrazione, che dovrebbe garantire a tutti gli attori del territorio di agire senza nuove restrizioni. Per Franco Ricci, presidente regionale di Federcopesca, il Parco della Costa Teatina dovrebbe essere denominato Parco dei Trabocchi e della Costa Frentana, per motivazioni naturali e non ultime, di brand.

La seconda vita dei trabocchi
Verì è un cognome assai diffuso tra i traboccanti. Uno di loro, Bruno, è proprietario del Trabocco Palombo a Fossacesia, diventato oggi un luogo dove riscoprire la pesca della “cala lenta” e degustare i piatti tradizionali. «Il trabocco è un’attrazione per la sua unicità. Veniamo da una famiglia di traboccanti e commercianti di pesce – spiega Verì -. La nostra attività ora si basa sulla piccola pesca e sulla gastronomia». Se il vento è buono, Bruno cala la grande rete a ombrello davanti ai suoi ospiti e quando la tira su con le corde fissate all’argano, è piena di pesci, spigolette, cefali e pesce azzurro.
A questo punto, il pescato fresco viene portato nella piccola cucina ubicata sul trabocco, per essere servito con prodotti dell’agroalimentare del
luogo, altrettanto freschi e genuini.
«Io il trabocco ce l’ho nel sangue – racconta ancora Bruno Verì -. Da piccolo seguivo mio nonno quando andava a pescare, a quei tempi la struttura era molto più piccola e non potevamo salire in molti. Oggi la pesca non è più quella di una volta, il pesce scarseggia, si sa».
Cosa importante per un trabocco è la sua manutenzione, che secondo Verì deve essere fatta ogni mese. «A differenza dei trabocchi del Gargano, i nostri sono in mezzo al mare e quindi continuamente esposti al vento forte e all’acqua. Bisogna controllare il poliolato – le tavole – che va sostituito ogni due, tre anni. Poi ci sono le barre che arrugginiscono e i pali che si corrodono e a volte capita che si rovinino internamente. Oggi un trabocco può valere da duecento a trecento mila euro».
Parte integrante dell’identità costiera abruzzese, i trabocchi sono un tesoro d’Abruzzo da custodire, innanzitutto perchè ci raccontano di un’antica civiltà legata alla pesca e alla tradizione. Al di là della buona ristorazione, lu travocche deve rimanere un luogo di leggende e magia, suggerite dalle sue fattezze che rimandano ad una cosa viva. Salire su queste palafitte da pesca è già un’emozione: il legno che scricchiola ad ogni passo, la brezza marina, il profumo di una dimensione antica. Andate a parlare con i pochi traboccanti superstiti – quelli veri – ascoltatene le storie, e lì, sospesi tra terra e acqua, coglierete il messaggio che vi porterà il mare, che sciaborda tra i pali di quelle palafitte ancestrali.

Dove ammirare i trabocchi
Presenti in diverse aree della costa adriatica, in Abruzzo si concentrano sul litorale teatino, nel tratto che va da Punta Acquabella nel comune di Ortona, fino a Vasto. Eccone alcuni: Trabocco Fosso Canale a San Vito Marina; Trabocco Punta Cavalluccio, Punta Isolata e Punta Tufano a Rocca San Giovanni; Trabocco Pesce Palombo e Punta Rocciosa a Fossacesia. Caratteristici di questa zona, i trabocchi sugli scogli; tuttavia, nei porti di San Vito e Vasto sono presenti anche i tipici trabocchi di molo, numerosi nel porto di Pescara e di Giulianova. Tracce di trabocchi di fiume, invece, sono visibili lungo il Pescara e alla foce del Sangro.

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