16 gennaio 2012

All’inizio dell’autunno, il Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, trascolora ed inizia a svestirsi lentamente per l’inverno. E così, le faggete, i tigli, il frassino e l’olmo montano assumono le tonalità dei suggestivi e caldi colori della stagione. Un arcobaleno di colori domina ogni angolo, dove, nonostante il freddo che inizia a farsi sentire, non si può rinunciare ad una passeggiata tra i boschi

testo di Jenny Pacini, foto di Gino Damiani

il camoscio d'abruzzo

Nel 1899 Oscar Neuman, zoologo tedesco, per la prima volta porta a conoscenza una nuova specie di camoscio, definendola la Rupicapra ornata. E’ il camoscio d’Abruzzo, fino ad allora confuso con quello alpino. Un animale abituato a vivere in luoghi impervi come sono quelli di alta quota, soprattutto pareti rocciose, per sfuggire dagli attacchi dei predatori.

Durante questo periodo, in alto, sui ripidi pendii dove la neve tende a non accumularsi in eccesso, tra cenge e rocce sporgenti, ai branchi di camosci costituiti dalle femmine e dai giovani, si aggregano i maschi adulti. Ed ecco che pian piano per il Rupicapra pyrenaica ornata, ovvero il Camoscio Appenninico, comincia la stagione degli amori, caratterizzata dalla competizione tra i maschi che aumentano la loro presenza nei branchi, sino a raggiungere l’apice a metà di novembre.
“Ingrassavano per pareggiare l’inverno, – scrive Erri De Luca che ne “Il peso della farfalla” (Feltrinelli, 2009) si rivela il poeta dei camosci -. Ammucchiavano ai fianchi le calorie della resistenza. Il loro pelo anneriva, lucido, imbottito, a novembre stavano al meglio dei sensi. […] L’estro della camoscina imbizzarriva le loro narici. Sul loro dorso, vicino al collo una ghiandola sessuale mandava odore di mandorla”.
In questo periodo, esemplari oltre i quattro-sei anni si sfidano tra loro e proteggono a loro volta gruppi di femmine. “La popolazione di Camosci Appenninici nel Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga – spiega il responsabile scientifico Osvaldo Locasciulli – è stimata attorno ai 450 animali”.
“Cento anni fa – aggiunge il direttore – in quest’area il camoscio fu abbattuto dai cacciatori. Inoltre, il forte impatto esercitato dall’allevamento, portò al progressivo isolamento dei nuclei e alla loro scomparsa. Con la sua estinzione sul Gran Sasso intorno al 1890, rimase un’unica popolazione, nell’area che sarebbe poi diventata il Parco nazionale d’Abruzzo nel 1922. Nel 1949 non vi erano più di quaranta individui”.
A partire dal 1990, due nuove colonie di questo affascinante animale sono state costituite nei nuovi Parchi nazionali della Majella e del Gran Sasso-Monti della Laga. “La reintroduzione è avvenuta per gradi – prosegue Locasciulli – attualmente è in corso sui Monti Sibillini e sul Sirente Velino. Una delle azioni prioritarie e fondamentali per la salvaguardia della specie è quella di ampliare l’area occupata incrementando nuove colonie nel tempo”.
Tra ripidi strapiombi, nei meandri più reconditi delle montagne, agili e padroni delle vette, i camosci affascinano l’uomo che osa spiarli da lontano. Non si può non rimanere estasiati dinanzi ad un animale così maestoso e padrone del suo ambiente. La prima cosa che colpisce noi uomini, estranei a questo mondo d’alta quota, è la padronanza di questi animali nel destreggiarsi tra le rocce e le vertiginose vette.
“Gli zoccoli del camoscio sono le quattro dita del violinista – scrive Erri De Luca -. Vanno alla cieca e non sbagliano millimetro. Schizzano su strapiombi, giocolieri in salita, acrobati in discesa, sono artisti da circo per la platea delle montagne. Gli zoccoli del camoscio appigliano l’aria. Il callo a cuscinetto fa da silenziatore quando vuole, se no l’unghia divisa in due è nacchera di flamenco. Gli zoccoli del camoscio sono quattro assi in tasca ad un baro. Con loro la gravità è una variante al tema, non una legge”.
Durante l’arco dell’anno, il Camoscio Appenninico si adatta ai mutamenti stagionali, frequentando due aree distinte: una di estivazione e una di svernamento. La prima, caratterizzata da praterie ad alta quota, tra 1.700 – 1.800 metri, viene occupata dalla primavera fino all’autunno. La seconda area, costituita da zone a quote più basse, è frequentata dall’autunno alla primavera, nei boschi. Tra i pendii, i camosci che trovano cibo anche là dove è presente la neve, si assicurano una migliore difesa dall’attacco del lupo, dell’aquila reale (predatrice dei piccoli) e dell’orso, tutti animali che gravitano nei nostri parchi. Se si decide di avvistare questi equilibristi dello strapiombo, farsi un giro tra le montagne della Regione Verde d’Europa, l’Abruzzo, è l’ideale. Sempre Osvaldo Locasciulli, raccomanda di non abbandonare mai i sentieri. Tra questi, ve ne sono di meravigliosi: la via normale del Camicia, la zona di Campo Pericoli, il Monte Coppe. E allora, tra ottobre e novembre, c’è solo da incamminarsi per godere di questo spettacolo, fra chiazze di neve e radure ancora verdi, sulle creste e sulle zone sommitali, per scorgere queste meravigliose creature montane nella stagione delle sfide e degli amori. E poi, il ciclo della vita continua: in primavera le femmine gravide si isoleranno su zone scoscese e boscose e costituiranno i cosiddetti “asili nido” , cioè gruppi formati da una o poche femmine adulte che si alterneranno con le altre nella custodia di numerosi piccoli.

PrintFriendly and PDF