19 maggio 2014

Testo e foto a cura di Simone Cortese

Lanciano è città dall’illustre passato e dalle antichissime origini: il mito la vuole fondata da Solima, profugo troiano approdato in Italia insieme ad Enea, un anno dopo la distruzione dell’omerica Troia nel 1180 a.C., col nome di Anxanon o Anxia (dal nome di un compagno morto in guerra). Al di là dell’epica, la datazione potrebbe essere verosimile: infatti, alcuni ritrovamenti archeologici dimostrerebbero che il sito di Lanciano è stato abitato con continuità dal XII secolo a.C.. Gli storici sono sempre stati concordi nell’identificare quale nucleo primigenio dell’abitato, il colle Erminio dove oggi si sviluppa il quartiere Lancianovecchio. Durante la grande campagna d’indagine archeologica eseguita dalla Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo nel 1992 presso Largo San Giovanni e Largo San Lorenzo sono stati rinvenuti diversi materiali ceramici risalenti all’ Età del Ferro (sec. IX a.C.) ed i resti di due complessi monumentali con strutture in “opera quasi reticolata” e “a spina di pesce” databili tra il I sec a.C. ed il I d.C. In Via del Ghetto sono riemersi una moneta con l’effige dell’imperatore Adriano (117-138 d.C.). Altri edifici appartenenti forse, ad un preesistente luogo di culto paleocristiano sono stati scavati alla profondità di mt. 2.50 sotto l’area che ospitava la chiesa di San Giovanni. Poco a valle di fronte a Palazzo Vergilj lungo Via dei Frentani sono stati scoperti altri frammenti ceramici di epoca bizantina (sec. VI-VII d.C.) ed un vago di collana in osso lavorato di età longobarda. Tutte queste scoperte testimoniano quindi la frequentazione di questo sito sin dalla Preistoria.

La Chiesa di San Giovanni Battista

L’edificio era una delle sei chiese sorte sul Colle Erminio, ma notizie certe su fosse l’aspetto di questo luogo di culto non ci sono. Probabilmente il portale d’ingresso era ogivale e realizzato in pietra arenaria. Secondo i “Regesti” del Marciani al suo interno si conservava una tela col Salvatore che risorge sventolando una bandiera, una mitra tra alcuni fregi e l’epigrafe con la scritta “Non avertas era faciem tuam me, quia ego Deus tuum sum”(tradotto letteralmente “O signora non distogliere il tuo sguardo da me perché io sono il tuo Dio”. Il testo dell’epigrafe è spiegabile col fatto che probabilmente il Cristo Risorto si rivolgesse, come anche i Vangeli narrano, a Maria Maddalena che fu la prima a vederlo dopo la sua morte) oltre ad un affresco raffigurante Santa Maria di Costantinopoli attribuito al pittore Giacomo Di Campli. Con molta probabilità essa nel 1515 quando venne istituito il Vescovado di Lanciano aveva senz’altro una sua parrocchia e diverse anime, mentre nel 1796 appartenevano ad essa circa 560 fedeli. Nel 1827 inseguito alla soppressione della parrocchia voluta dall’arcivescovo Francesco Maria De Luca essa venne aggregata alla parrocchia di Sant’Agostino sopravvivendo fino al novembre del 1943 quando in seguito al violento bombardamento alleato del 22 novembre venne gravemente danneggiata. Quel giorno nel quartiere morirono quattro persone e le macerie delle case crollate ostruirono per molto tempo alcuni vicoli del rione. Venne poi definitivamente demolita nel 1949.

Il Campanile

Rimase quindi solo il campanile che, può essere datato alla seconda metà del XIV secolo ed è simile per foggia e fattura alle coevi torri campanarie di San Biagio, Sant’Agostino e San Nicola. E’a pianta quadrata, d’impostazione stilistica lombarda detta poi del tipo “Lancianese” per i caratteristici marcapiani con archetti triangolari su mensole sporgenti in laterizio, frutto della collaborazione tra maestranze locali ed alcune lombarde, in particolar modo comasche immigrate nella città di Lanciano nel XIII secolo. La struttura muraria è mista di mattoni e pietrame calcareo con cantonali in blocchi di arenaria squadrati. Dell’originaria cella campanaria restano soltanto quattro grossi blocchi in mattoni pieni che sorreggevano la copertura a tetto spiovente.

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Le Ceramiche della Torre di San Giovanni

La Tradizione Ceramica Lancianese

L’artigianato fittile è stato fiorente ed intenso a Lanciano fino a qualche decennio fa. Le botteghe degli artigiani erano situate in una parte del quartiere di Lancianovecchia, area dell’abitato corrispondente al municipio romano, più precisamente lungo Via dei Bastioni fino quasi a Porta San Biagio dove ancor oggi una piccola formella di terracotta ricorda questa antica arte. Gli storici locali sottolineano una tradizione vascolare che ha origini antichissime: il Bocache scrive di raccolte che comprendono “vasi, lucerne, tegole e lastroni di creta cotta fatti parlanti monumenti delle molte officine vigenti in Lanciano di artefici figulini” riferendosi probabilmente a produzioni romane e cita in particolare un ”quadrato grande palmi due” che reca l’iscrizione “Figula Feltrina”. Il cardinale e storico Antonio Ludovico Antinori riporta inoltre che, ai tempi del re d’Aragona Ferdinando II detto il Cattolico (1452-1516) fioriva in Lanciano Maestro Renzo Pittore insigne e perito nel formare i descritti vasi figulini, che egli il primo adornò di pitture e ridusse a nuove forme”. Tal Mastro Renzo non era altro che il padre del celebre pittore Polidoro che da Lanciano si era trasferito a Venezia diventando ben presto un affermato artista della cosiddetta Scuola Veneziana del XVI secolo, ma che proprio nella bottega ceramica del padre aveva ricevuto i primi rudimenti artistici. Tra l’altro pare che tale bottega fosse sita proprio nei pressi della Torre di San Giovanni.

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La Scoperta nella Torre.

Nell’Aprile 2013 durante i lavori di restauro sono venuti alla luce, all’interno del secondo piano della torre, svariati reperti ceramici che, secondo l’archeologa Roberta Odoardi curatrice dello scavo per conto della Soprintendenza ai Beni Archeologici dell’Abruzzo, possono essere considerati, ceramiche da mensa, frammenti scartati dalle fornaci e biscotti riutilizzati poi nell’edilizia urbana per scaricare ed alleggerire il peso nell’innalzamento dei diversi piani delle costruzioni. Numerosi sono i frammenti recuperati, perlopiù brocche di maiolica arcaica databili tra la fine del XIII secolo e la prima metà del XIV conservate presso il deposito del Civico Museo di Archeologia Urbana sito presso il Polo Museale Santo Spirito. Caratteristica principale di queste brocche è il becco a mandorla allungato e fuso con il collo, decorato con motivi geometrici stilizzati. Una fascia blu circonda l’orlo e il becco della brocca mentre il corpo è decorato con un semiarco e fasce oblique di colore blu e bruno. Lo smalto è lucido di colore bianco tendente al beige. La maiolica arcaica frentana è da considerarsi tra le più antiche d’Abruzzo e questa scoperta testimonia ancora una volta come Lanciano fosse fin dall’antichità un centro rilevante nella produzione e nel commercio delle ceramiche e di come proprio le celebri fiere cittadine, abbiano costituito uno stimolo per la diffusione nell’Italia centrale di tipologie e motivi decorativi derivanti dalla commistione di elementi di varia provenienza, specie dal meridione e dalle aree centrali della penisola. A questo proposito va ricordato che, nel XIII secolo si era prima riattivato e poi consolidato fra Abruzzo e Puglia un circuito commerciale peculiare: quello della Via della Lana che attraverso i numerosi tratturi, congiungeva le aree costiere ed interne dell’Abruzzo e del Molise con la Puglia, sul principale dei quali, il grande tratturo L’Aquila-Foggia erede dell’antica via litoranea, il centro di Lanciano risultava ben collegato. Tali itinerari venivano così a rappresentare un canale privilegiato per commerci (derrate alimentari, lana, zafferano) e contatti di ogni genere, ivi compreso quello legato alla diffusione ed utilizzo di prodotti ceramici. Va notato infine che la zona a ridosso della torre si riveli ancora una delle più interessanti della città dal punto di vista storicoarcheologico.

La Casula della Torre di San Giovanni

Il Ritrovamento

Il cantiere di restauro della Torre di San Giovanni, fortemente voluto e curato dall’associazione Amici di Lancianovecchia ha regalato, alla cittadinanza frentana dopo il ritrovamento nell’aprile 2013 di numerosi resti ceramici risalenti al XIV secolo, anche un altro straordinario reperto: infatti durante il mese di gennaio di quest’anno gli operai della ditta che stava curando il cantiere della torre-campanile si sono trovati di fronte all’inusuale rinvenimento di un antico e preziosissimo paramento liturgico. L’indumento, messo prontamente al sicuro, si trovava assai bagnato, arrotolato in una delle buche interne alla superficie muraria della torre, probabilmente messo lì nel maldestro tentativo di impedire l’accesso ai piccioni e gli altri uccelli presenti nei dintorni del monumento. Ora invece essendo il paramento patrimonio della Curia Arcivescovile di Lanciano è conservato nel deposito del Museo Diocesano.

Descrizione della casula

Ad un’analisi più attenta ci si è subito resi conto dell’importanza e del valore storico-artistico del manufatto decidendo poi, di farlo esaminare dallo studioso Domenico Maria del Bello, incaricato dell’inventario e catalogo del patrimonio artistico della Diocesi il quale ha potuto constatare che la casula realizzata in tessuto operato blu con croce a ricamo, misura 163 cm di altezza e 90 di larghezza ed è realizzata con un telo unico piegato e con due lembi cuciti giustapposti (integrati sul retro con elementi ricuciti) e foderati ed è decorata da una fascia sulla quale sono ricamate dodici figure, a formare una croce, incorniciate e intervallate da medaglioni con la lettera S sulla quale sono applicati elementi in velluto di diversi colori con iscrizioni realizzate con un cordoncino. Degna di nota, nella lavorazione del tessuto, la presenza di alcuni girali vegetali con alcune figure animali simili a cani e cervi, mentre è di grande rilievo la presenza di un monogramma in stile arabo con caratteri cufici (forse un monogramma di Allah). Il suggerimento orientale parrebbe valido anche per la presenza vicino al suddetto monogramma di un uccello, ripetuto nelle sua fatture in tutta la fascia ed a questo punto identificabile come un Araba Fenice.

Datazione ed Aspetti Storico-Artistici

La datazione della casula può essere fissata con buona certezza al XIV secolo, il che ne fa senza dubbio il più antico manufatto di questo genere conservato fino ai nostri giorni tra quelli del patrimonio artistico diocesano, anche se la parte inferiore sembrerebbe addirittura più antica, forse duecentesca mentre la grande croce centrale con la teoria di santi è senz’altro trecentesca vista la presenza di alcune bordature dal sapore gotico e di iscrizione latine eseguite con caratteri carolingi. Ora occorrerà certamente un ulteriore approfondimento da parte di esperti in opere tessili di quello specifico periodo. Ad esempio secondo Gianluca Bovenzi studioso e scrittore di diversi volumi sui tessuti antichi, le trecentesche figure ricamate evocano quelle del cappuccio del piviale del Museo Civico di Torino, ma purtroppo questo non è ancora possibile dimostrarlo con certezza. Tuttavia possono essere già individuati alcune simboli, come ad esempio per le figure dei canidi che, riportano alla simbologia domenicana dei cani di Dio, emblema di fedeltà e vigilanza, ricordo infatti che due cani sono alla base del cero pasquale di Santa Maria Arabona. In ambito cistercense poi richiama la leggenda del cane bianco sognato dalla madre di San Bernardo come profetica immagine del difensore della Chiesa nel salmo, 76- 24 di Davide. Significativa è poi la presenza dell’Araba Fenice che come Gesù Cristo resuscita dopo la morte, rinasce invece dalle sue stesse ceneri. In attesa di un necessario restauro, alcuni ricercatori e studiosi esperti di tessuti antichi hanno esaminato, tramite fotografie, la casula. Ecco cosa hanno detto: La Dott.ssa Doretta Davanzo Poli, docente di Storia dell’Arte Tessile ed esperta in Tecniche di Restauro dei Manufatti Tessili presso l’ateneo “Ca Foscari” di Venezia ha confermato la datazione alla seconda metà del sec. XIV, attribuendo il paramento a manifatture lucchesi o spagnole, proponendo però come materiale utilizzato il lampasso broccato piuttosto che il tessuto operato, mentre la Dott.ssa Domenica Digilio ed il Dott. Giacinto Cambini della ditta Restauro e Studio Tessili snc di Pisa ritengono il paramento realizzato in tessuto operato blu con croce a ricamo, presumibilmente trecentesco e di produzione lucchese. La loro meraviglia è stata però grande in ragione del fatto che occupandosi di tessuti antichi da decenni, ritengono che tale ritrovamento abbia un carattere di assoluta eccezionalità. Lo stato di conservazione e la brillantezza dei colori, l’integrità della veste e le dimensioni di un tessuto tanto antico sono alquanto rari. D’altra parte in Italia, dove la fede e il rito sono sempre stati quelli cattolici, le vesti liturgiche più antiche, in quanto oggetti d’uso ed estremamente fragili, sono andati in larga parte perduti e solo nella migliore delle ipotesi sono giunti fino a noi, modificati o deteriorati e perlopiù sbiaditi dall’uso e dall’esposizione alla luce. Manufatti simili si trovano invece conservati in un certo numero nel nord Europa, dove le manifatture italiane esportavano i preziosi tessuti in seta e dove il passaggio al rito protestante ha cristallizzato una situazione preesistente. Aldilà di tutte le ipotesi e le informazioni che la casula ancora nasconde, la cosa certa è che Lanciano città già ricca di arte e di storia millenaria si arricchisce ancora di un piccolo, ma prezioso gioiello, frutto forse del suo lontano ma ancor fulgido passato mercantile e fieristico caratteristico della città durante il periodo medioevale.

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