19 dicembre 2012

Singolare regione l’Abruzzo! È ricca di tante cose: arte, tradizioni, paesaggi ed anche acque. Sì, ma fluenti da sorgenti e lungo i suoi alvei profondi o tortuosi che siano. Ma acque lacustri, no, non sono molto abbondanti. Almeno quelle naturali. Eppure, come vedremo alla fine, qualcosa d’importante, di significativo, saremmo portati ad affermare, pure l’aveva …

testo di Ezio Burri
E dunque, a percorrere la S.S. 479, sia che proveniate da Scanno o da Villalago, vi appare il lago di Scanno che si distende, con una forma ovoidale, un perimetro circumlacuale di circa 6 km, una profondità di 32 m ed un’estensione di poco meno di un kmq. Un lago modesto, quindi, ma certamente splendido nella sua cornice ambientale tra la Montagna Grande ed il Genzana. Se si osservano le pendici di quest’ultimo, si potrà ben osservare una vistosa cicatrice detta Le Gravare che altro non è, giusto per significare in questo discorso un termine tecnico, la nicchia di distacco della maestosa frana che, intercettando il corso del fiume Sagittario, diede origine a questo splendido alveo. L’ampio macereto circostante sottolinea l’evento naturale, qui rimarcato, e la capacità dell’uomo di designare la morfologia mediante un simbolo si esprime al meglio, con un toponimo ovvero quello di Frattura, un pittoresco centro che è anche cesura della strada che vi conduce. Si è detto che la frana ha generato il lago e ben si può precisare come questa sia avvenuta attraverso un contattato anomalo, discordante è il termine tecnico, tra due ossature carbonatiche di diversa fase di deposizione.
Nelle acque guizzano trote, tinche, coregoni e persici, acque che d’inverno, e l’evento non è raro, possono anche gelare. Sul bordo occidentale, la chiesa seicentesca dell’Annunziata era meta obbligata di quanti affidavano all’evento soprannaturale la speranza di guarigione delle proprie malattie erniose. La fiducia era ragguardevole poiché nei recessi dietro l’altare erano abbandonate pezzuole e bende, esiti del travaglio e della sofferenza, ancora visibili nei primi decenni del secolo scorso prima che opportune ragioni igieniche ne decretassero la rimozione. Certamente un evento naturale così vistoso non poteva rimanere estraneo alla necessità dell’uomo di motivarne la genesi, anche se con la forza della tradizione orale, poiché in alternativa alle sconosciute ragioni della scienza ha fatto ricorso alla propria fantasia … Madama Angiolina era l’eroina del luogo, e quando Pietro Baialardo, che erasene invaghito, ordinò che l’andassero a rapire, Angiolina comandò che sotto i piedi dei rapitori nascesse un lago. Pietro conquistò egualmente il regno della fata con altri stratagemmi e fece piovere su di essa tante bocche infuocate. Ma Angiolina si riparò da quella pioggia con un immenso ombrellone di ferro. Secondo un’altra leggenda, la maga Angiolina cadde seppellita da quelle bocche, e dove cadde sorse un lago … … In altre si racconta la battaglia fra l’imperatore di Roma ed il re Battifolo di Scanno, in seguito alla quale la vasta pianura diventò un lago e l’esercito dei romani vi perì inghiottito … così il Pansa ci tramanda le curiose leggende che legano alla tradizione fatti, anche naturali, di epoche lontane…
La penuria di alvei lacustri naturali viene, in parte, compensata dalla varietà della loro morfologia. Infatti, sebbene di minore estensione, possiamo annoverare il lago Pantaniello generato, a considerevole quota tanto da detenere il record appenninico, lungo un cordone morenico ovvero un accumulo di detriti, di varia pezzatura e consistenza, con il quale l’ultima glaciazione ha marcato la sua presenza nell’alta Val Chiarano. La severa cornice ambientale, tra ordinate successioni di sentieramenti da pascolo e rocchi di pietra, testimoniano il perché di un’arginatura forzata, voluta dai pastori che tentano di contendere alla calura estiva la naturale evaporazione prima responsabile della modesta dimensione che, infatti, è estesa poco più di duecentocinquanta metri. Il sillabo, o inventario che dir si voglia, dei laghi d’Abruzzo sembra terminare qui ed è, forse il momento di chiedersi il perché.
Beh, la risposta è un po’ complessa ed esula, certamente, da queste pagine. Tuttavia, un motivo tra i tanti, può essere dichiarato poichè è alla base della loro peculiare connotazione morfologica, ovvero quella carsica. Difatti, nei massicci carbonatici del nostro Appennino queste modeste depressioni subcircolari, dette appunto laghetti carsici, sono ben presenti e numerose. Se volete vederle andate sul Gran Sasso e lungo il piano carsico di Campo Imperatore, o in quelli limitrofi, meno estesi ma non per questo meno interessanti, e così non avrete che l’imbarazzo della scelta.
Un solo suggerimento: andateci ad inizio estate, poco dopo lo scioglimento delle nevi invernali, poiché la loro vita è breve e in autunno sono già ridotti ad esili pantani. Avviene, lo diciamo per condire il discorso con qualche annotazione più tecnica, che la dissoluzione dei calcari ha prodotto dei residui insolubili, che hanno finito per raccogliersi e sedimentarsi sul fondo delle molte doline che qui si sviluppano. Dunque, l’acqua non può più defluire attraverso i naturali meati della roccia e permane a lungo, ma non in misura indefinita, sufficiente comunque a ristorare le greggi al pascolo. L’attività dell’uomo ha poi rialzato l’argine naturale nel tentativo di prolungare il più possibile la permanenza del necessario umore. Laghetti effimeri vengono definiti, e ne trovate sul Morrone, sul Piano delle Rocche, ove toponimo di Puzza Callara, che il topografo piemontese ha italianizzato in Pozzo Caldaio, (che) indica la zona di assorbimento di copiose acque che vengono restituite al giorno nella sottostante Risorgenza di Stiffe, oppure ai Prati del Sirente a confermare che la sua origine è solo quella carsica e non quella che altrove è stata millantata. Oltre al lago San Raniero, nei pressi di Civita di Bagno, non possiamo chiudere la rassegna senza citare il profondo lago Linizzo nei pressi di S. Demetrio. La rassegna si chiude, alfine, qui.
Ma non è corretto poiché altri alvei sono ben presenti in Abruzzo e sono quelli che l’uomo ha creato per soddisfare la propria fame di energia. Ed ha iniziato a ricostruire l’antico alveo di Campotosto, con oltre quattordici kmq di superficie; si è detto ricostituire poiché il precedente si era, lentamente e per naturali eventi, trasformato in torbiera. Altri alvei, tutti rigorosamente artificiali, hanno vari nomi e collocazioni e qui li citiamo tanto per dare completezza al nostro racconto: Provvidenza, Penne, Sant’Angelo di Casoli, Bomba-Villa Santa Maria, Barrea, Montagna Spaccata, San Domenico, Talvacchia, Capo d’Acqua, Salto Pescara I, II e III. All’inizio del discorso si era detto che, sull’argomento, il nostro Abruzzo aveva qualcosa di significativo: il Fucino, o lago di Celano, era il terzo d’Italia per estensione. Regimato dai romani nel I sec. d.C., nella metà dell’800 viene definitivamente drenato, bonificato e l’immenso alveo destinato all’agricoltura. Le vicende, nello specifico, sono complesse ed un pentimento ambientale, quanto economico, affiora ogni tanto nelle considerazioni del geografi. Ma questo è un altro racconto.

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