27 dicembre 2012

Le selvagge gole del Salinello, profonda fenditura che separa la montagna di Campli da quella dei Fiori, sono ricche di grotte e difficili da raggiungere; per queste ragioni si sono rivelate luogo ideale per il fiorire di eremi e piccole chiese, e sin dal medioevo sono state scelte come ritiro preferito di asceti votati alla vita mistica e contemplativa

a cura della redazione
Molti partivano dai vicini conventi per raggiungere questi luoghi impervi e le collocazioni dei romitori ricordano l’orgogliosa solitudine delle piccole celle monastiche sul Monte Athos e delle Meteore. La massiccia presenza di eremi nella valle del Salinello ricorda molto quella della valle dell’Orfento, ma qui il fascino dell’isolamento è stato rotto dalla presenza di una strada che si snoda lungo la destra del fiume sulle pendici del monte.

Sant’Angelo a Ripe
La grotta, vero monastero rupestre, è il più celebre tra i romitori del Salinello ed è stata oggetto di numerosi studi e scavi archeologici, soprattutto dopo la metà del XX secolo. Intorno al 1965 furono scoperti reperti risalenti al neolitico e sembra che anticamente la grotta fosse usata per cerimonie del culto della fertilità della terra. Oltre alle tracce della vita eremitica, la grotta ha svelato molte buche destinate al rituale preistorico e numerosissimi reperti ossei, oggetti in pietra e ornamenti, sia di epoca neolitica che romana. Il primo a intuire l’interesse archeologico della grotta fu Concezio Rosa, visitandola già attorno al 1870. La vicinanza con il monastero di San Pietro alla Ripa, di proprietà della badia di Santa Maria di Montesanto, ha indotto il Palma (altro antico storico locale) a supporre che Sant’Angelo fosse una dipendenza del convento, come accadeva spesso in situazioni simili.
Purtroppo oggi la grotta ha perso l’antica suggestiva atmosfera per colpa di insensati restauri che l’hanno snaturata. L’ingresso è in pietra, alcuni gradini immettono in un corridoio che sale leggermente fino ad una ampia caverna. Su un lato ci sono due altari accostati alla parete rocciosa e sulla destra, in alto, un finestrone naturale lascia filtrare la luce che si irradia all’interno; la fessura è raggiungibile con una ripida scalinata. Gli eremiti abitavano nella zona del corridoio d’ingresso, sul lato sinistro.

Santa Maria Scalena
Il luogo, noto anche come Santa Maria alle Scalelle, fu inventariato nel 1741 dalla parrocchia di Macchia da Sole, indicato come romitorio al pari di San Lorenzo, San Marco e San Francesco. Non è facile datare l’arrivo degli eremiti, ma secondo lo studioso locale Concezio Rosa la grotta fu abitata sin dalla preistoria; tesi poi smentita dal Radmilli, archeologo e studioso di rilievo internazionale.
L’eremo si trova in un luogo particolarmente impervio e la visita non è affatto agevole. L’ingresso si raggiunge seguendo un sentiero molto ripido e per alcuni tratti scoperto verso valle; è sconsigliato percorrere la scalinata di roccia a lato dell’entrata, ritenuta insicura e pericolosa. Si raggiunge una cavità strettissima il cui ingresso percorribile è laterale e parzialmente ostruito da una vasca che raccoglie l’acqua piovana. A destra si aprono stretti cunicoli penetranti la cavità per decine di metri; verso il fondo ci sono evidenti tracce di sepolture e danni provocati da recenti clandestini alla ricerca di leggendari tesori. Al centro della grotta si trova un altare di pietra, e sopra all’edicola vi sono tracce di affreschi resi illeggibili da scritte vandaliche e incuria. Anche questa grotta ha una balconata naturale che affaccia sulla valle, con accesso a sinistra dell’altare. La cella degli eremiti, rialzata, si trova vicino all’ingresso; minuscola e appoggiata alla parete rocciosa, conserva tracce di pitture a parete.

San Francesco alle Scalelle
Così lo storico Palma descriveva questo eremo rupestre:  “…diruto nel territorio di Macchia da Sole, sulla strada per Ripa di Civitella, non lungi dal così detto Castello del Re Manfrino…” sottolineando il dato essenziale sulla sua posizione, ossia il tratto di strada da Macchia da Sole a Ripe.
In una Bolla Papale di Bonifacio VIII il luogo è citato con il nome di San Francesco in Monte Polo, mentre la prima menzione ufficiale è di Rainaldo, vescovo di Ascoli. In un documento del 1273 si legge che egli mutò la giurisdizione di San Francesco alle Scalelle facendola passare dall’ordinaria alla monastica della vicina abbazia di Sant’Angelo in Volturino. Le pareti dell’eremo sono ancora visibili e dal pendio della montagna si diramano resti che, più che mura, possono essere considerati barriere di contenimento per la terra o divisori per gli orti. Non resta traccia di volte o coperture, né incavi sulla roccia della parete a testimonianza del fatto che la parete rocciosa fosse utilizzata come punto di appoggio e il tetto realizzato in maniera tradizionale. La costruzione è imponente nelle dimensioni con i suoi quasi quindici metri di fronte, ed è molto alta.

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