5 agosto 2011

È situato sopra l’abitato di Castelli in una località che, per l’insieme delle istituzioni che ospita, è stato definito il parco della ceramica. Nelle vicinanze, si trova la Chiesa di San Donato, con il suo soffitto maiolicato realizzato negli anni 1615-1617, unico in Italia, e l’Istituto Statale d’Arte per la Ceramica, nei cui locali sono esposti il Presepe Monumentale, realizzato dall’Istituto negli anni settanta del Novecento e composto da circa sessanta statue a grandezza naturale, e la Raccolta Internazionale di Ceramica Moderna con opere di oltre trecento artisti di più di cinquanta nazioni.

di Giovanni Giacomini, foto Luciano d’Angelo

la Cona di San Donato

L'antico pavimento cinquecentesco della Cona di San Donato oggi esposto al museo.

Il Museo delle Ceramiche è ospitato nella sede di un antico convento francescano con un bellissimo Chiostro affrescato, all’inizio del secondo decennio del 1700, dai fratelli Ubaldo (1669-1731) e Natale Ricci (1677-1754), ai quali sono attribuite anche le cinque tele che ornano gli altari della annessa chiesa, dedicata alla Madonna di Costantinopoli. Il Museo è stato istituito con legge regionale nel 1984 ed è di proprietà del Comune di Castelli. Tra i suoi compiti la promozione della cultura e dell’arte della maiolica, la salvaguardia della storia e delle tradizioni locali, la conservazione e l’esposizione delle opere che testimoniano le produzioni ceramiche castellane succedutesi nei secoli e quelle degli altri centri di analoga, antica tradizione.
Il materiale esposto, oltre che da una piccola raccolta di reperti archeologici, è costituito da una significativa documentazione delle produzioni castellane, testimoniate fin dal Medioevo, con le successive evoluzioni che hanno attraversato i diversi periodi artistici segnati dal Manierismo, dal Compendiario e dall’Istoriato Castellano, con opere dei maggiori esponenti di questo secolare percorso, che hanno reso famoso il nome di Castelli.
Il nucleo originario delle collezioni appartiene alla “Raccolta Civica”, promossa da Gian Carlo Polidori negli anni 1930-1940, quando era direttore della Scuola d’Arte, via via arricchito da importanti depositi di Enti pubblici (Museo Nazionale d’Abruzzo e Regione Abruzzo) e di collezionisti privati (Collezioni Fuschi e Nardini) e dalle acquisizioni effettuate periodicamente, grazie anche alle donazioni di generosi estimatori.
Al piano terra, con gli strumenti originali provenienti dalle antiche botteghe, sono stati ricostruiti i diversi cicli lavorativi per la produzione della maiolica, documentando, oltre alle fasi correnti della foggiatura, della smaltatura e della pittura anche quelle eseguite artigianalmente fino alla metà del secolo scorso, come la produzione della creta e degli smalti, e che oggi sono affidate ad industrie di livello nazionale ed internazionale. È esposto anche un modello del forno a respiro, di invenzione castellana, alimentato a legna, oggi soppiantato dai forni elettrici ed a metano.
In due sale, poi, si possono ammirare la donazione del maestro Giorgio Saturni, trenta opere che costituiscono una importante testimonianza della sua attività artistica dalla metà del Novecento all’inizio del nuovo secolo, ed una significativa raccolta delle opere che artisti contemporanei, come Artias, Fieschi, Marotta, Mingotti, e Palmieri hanno lasciato dopo le mostre organizzate nei locali del museo. Al piano superiore sono esposte le collezioni antiche in un percorso espositivo che si svolge in ordine cronologico.
Sono esposti frammenti di scavo raccolti sul territorio castellano e una piccola testimonianza di piastrelle da pavimento e da rivestimento di epoche diverse a testimonianza di una produzione svoltasi costantemente anche se diretta ad una cerchia piuttosto ristretta, visti i pochi ritrovamenti.
Nella cosiddetta sala del Cinquecento sono esposti due piatti medioevali di ceramica ingobbiata graffita recuperati nella Grotta di Sant’Angelo, in provincia di Teramo, e un boccale frammentato appartenente alle produzioni della prima metà del Cinquecento. Essa è dominata dal grande pannello che ricompone gli oltre 200 mattoni provenienti dalla primitiva Cona cinquecentesca di San Donato, un patrimonio esclusivo del Museo di Castelli che, insieme al seicentesco soffitto maiolicato della chiesa di San Donato, unico in Italia, meritano un viaggio a Castelli.
I mattoni cinquecenteschi sono messi a diretto raffronto con i due vasi farmaceutici della tipologia Orsini-Colonna, posseduti dal Museo, a testimonianza delle analogie stilistiche che hanno consentito, negli anni ottanta del secolo scorso, di attribuire alle manifatture della bottega Pompei questa importantissima produzione cinquecentesca. Si tratta di un corredo farmaceutico la cui produzione era assegnata, di volta in volta, ai più noti centri ceramici italiani, fino a quando non furono reperiti frammenti di scavo nella discarica della fabbrica Pompei, che portarono alla sua unanime attribuzione alle fabbriche castellane. I vasi superstiti sono oggetto di un ricercato collezionismo fin dall’Ottocento e sono presenti in tutti i più importanti Musei del mondo: Louvre, British, Metropolitan, Ermitage, Bargello, Palazzo Venezia, Floridiana, per citare i più grandi.
Nella stessa sala è esposta, inoltre, la Madonna che allatta il Bambino, l’opera di Orazio Pompei che reca la datazione più antica della ceramica castellana (1551), rubata negli anni settanta dalla sala consiliare del Comune di Castelli dove era esposta. È stata ritrovata sul mercato antiquario dal Nucleo di tutela del patrimonio artistico all’inizio degli anni novanta, purtroppo rotta e manomessa in modo irreversibile con la modifica anche della data da 1551 a 1550.
Il periodo a cavallo tra il Cinquecento ed il Seicento, in cui domina lo stile Compendiario – una pittura semplice, di sintesi come denuncia lo stesso nome, nei toni languidi del giallo, dell’arancio, del verde e del blu della tavolozza castellana non ancora arricchita dal bruno di manganese – è documentato da un pannello, che ricompone un campione del soffitto seicentesco di S. Donato (1615-17), ancora in situ, realizzato con i mattoni non ricollocati sul soffitto dopo il restauro del 1969/70; la collezione è arricchita dai mattoni mutili già appartenuti al soffitto, dal Paliotto di Colledoro, una pala d’altare appartenuto ad una chiesetta posta nella frazione di Villa Colli, e dal pannello con L’Arcangelo Gabriele, recentemente ricomposto, dovuto alla mano di Pasquale Fraticelli (1591-1619) e testimonianza, con la sua datazione 1617, ad una data molto alta dell’uso del bruno di manganese a contorno delle figure, tecnica che diventerà di uso comune dei ceramisti castellani solo alcuni decenni dopo. Infine si può ammirare una serie di piatti da pompa, che venivano utilizzati per ornare le case nobiliari, contenitori farmaceutici e targhe devozionali.
L’Istoriato castellano, un genere di pittura che ha caratterizzato le produzioni castellane dalla prima metà del Seicento fino alla fine del Settecento, l’epoca d’oro della maiolica castellana quando, invece, gli altri centri ceramici erano caratterizzati da una generale decadenza, è documentato da una serie di opere di pittori appartenuti alle varie dinastie di maiolicari, che si tramandavano il mestiere di padre in figlio: i Grue, i Gentili, i Cappelletti, i De Martinis ed i Fuina; sono definiti pittori perché le loro opere sono vere e proprie opere pittoriche spesso rielaborate con originalità dalla cosiddetta grande pittura ed utilizzate per adornare le case della nobiltà locale ma anche di quella nazionale ed internazionale.
Nel corridoio intorno al Chiostro è esposta anche una selezione degli “spolveri” settecenteschi provenienti dalla fabbrica dei Gentili – sono disegni su carta bucherellati per trasportare il disegno sul supporto ceramico troppo tenero per sopportare il segno della matita – e un deposito a vista con materiale non incluso nel percorso ordinario.
In una sala e in parte del corridoio, in attesa che sia disponibile l’allestimento espositivo definitivo, sono temporaneamente esposte una qualificata selezione delle circa duecento opere in ceramica di Aligi Sassu (1912-2000) appartenenti alla collezione di Alfredo e Teresita Paglione, donate recentemente al museo, che, con la persistente rappresentazione di cavalli scalpitanti, secondo la definizione di Dino Buzzati del 1966, costituisce la terza scuderia in ordine di tempo dopo quelle di Picasso e di Marini.
Il Museo persegue il duplice obiettivo di ampliare le collezioni con opere di qualità per quanto attiene ai periodi di maggiore splendore e di arricchire le testimonianze ottocentesche, soprattutto quelle a carattere popolare, che fino ad oggi hanno avuto scarsa attenzione. Analogo interesse è rivolto alle produzioni del secolo scorso, quando, anche grazie all’azione dell’Istituto Statale d’Arte per la Ceramica, si è assistito ad un rifiorire delle attività artistiche ed economiche.
In questa logica sono stati recentemente acquistati un importante vaso farmaceutico della fabbrica di Gesualdo Fuina (1755-1813) e un servizio da tavola in porcellana prodotto a Castelli dalla SIMAC all’inizio degli anni ’30 del secolo scorso.
Castelli è stato per secoli all’avanguardia delle produzioni ceramiche per la capacità di seguire l’evoluzione delle tendenze artistiche e del gusto, garantendo, nello stesso tempo, l’introduzione di produzioni innovative e di tecniche di produzione più aggiornate.
Il Museo, nell’intento di mantenere viva l’attenzione degli operatori non solo verso l’antica tradizione ma anche alle manifestazioni più avanzate dell’arte contemporanea, ha organizzato in questi ultimi anni numerose mostre personali (Artias, Marotta, Sciannella, Mingotti, Birotti, Fieschi e Pulsoni) ed una collettiva (Carrino, Cascella, Di Pede, Ligi, Nannicola, Palasti, Palmieri, Santoro, Sciannella, Tito, Visca) di artisti contemporanei chiamati, spesso, a realizzare le loro opere nei laboratori artigiani di Castelli.
Nello stesso tempo ha continuato a farsi promotore, come è suo compito, della valorizzazione e della diffusione della secolare tradizione e del grande patrimonio culturale che Castelli rappresenta per l’Abruzzo intero.
È stata così riattivata la pubblicazione della rivista «Castelli», semestrale del Museo delle Ceramiche, trasformata recentemente in Quaderni per svincolarla dalle scadenze di periodicità difficilmente rispettabili, che, per i suoi contenuti scientifici e per la veste tipografica, sta riscuotendo vivo successo presso gli studiosi e di cui è in corso di pubblicazione il Quaderno n. 4.
Sono state, poi, realizzate in collaborazione con un apposito Comitato, costituitosi a Teramo sotto gli auspici del Comune e del Museo di Castelli, la mostra L’Antica Ceramica da Farmacia di Castelli, una rassegna delle produzioni di contenitori farmaceutici dal Cinquecento all’Ottocento svoltasi a Teramo, Roma e Castelli nell’estate del 2004; la mostra Da Castelli all’Ermitage, una rassegna eccellente delle produzioni castellane dal Cinquecento all’Ottocento svoltasi all’Ermitage di San Pietroburgo, dal 20 dicembre 2005 al 12 febbraio 2006 e la mostra Le Maioliche di Castelli – Capolavori d’Abruzzo dall’Ermitage svoltasi a Roma a Palazzo di Venezia, a Castelli ed a Teramo nell’estate del 2007 con la quale è stata riportata in Italia per la prima volta una intera collezione di maioliche di Castelli di proprietà dell’Ermitage, di grande valore qualitativo e che costituisce la più grande raccolta di maioliche castellane all’estero.
Esposizioni temporanee si erano svolte già in passato presso istituzioni di grande prestigio come il Palazzo Reale di Napoli, il Museo San Martino di Napoli ed il Museo di Palazzo Venezia a Roma. Ma è stata questa la prima volta, che una significativa testimonianza di un’arte che dal Cinquecento si è sempre mantenuta ad altissimi livelli, raggiungendo il massimo fulgore nel periodo barocco, ha valicato i confini nazionali per essere accolta in una delle più grandi e prestigiose istituzioni culturali del mondo, con la quale è stato poi organizzato, nel 2007, il ritorno in Italia delle circa ottanta maioliche di Castelli, moltissime inedite, che fanno parte delle collezioni dell’Ermitage.
Infine, in collaborazione con il Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara è stata organizzata, nel 2005, la mostra La Straordinaria Fucina dell’Arte, una mostra antologica delle produzioni castellane dal Rinascimento al Neoclassicismo, esposte a Pescara e Castelli, di grande valore scientifico perché ha consentito di fare il punto della ricerca che in questi ultimi anni ha avuto grande sviluppo, presentando al grande pubblico le opere di artisti riemersi dall’oblio del tempo ed i progressi raggiunti nella ricostruzione dei repertori di quelli già noti. La donazione al Museo di Castelli delle duecento opere in ceramica di Aligi Sassu, grazie al generoso gesto di Alfredo Paglione, si colloca quindi a coronamento di una intensa attività del Museo e della politica condotta in questi anni, per arricchire le collezioni anche con la documentazione delle espressioni artistiche contemporanee.
La presenza così importante per il numero delle opere di uno degli artisti più significativi del Novecento, costituisce un avvenimento di grande orgoglio per la città di Castelli, che, accanto alla tutela ed alla promozione del suo glorioso passato, guarda con entusiasmo alle manifestazioni dell’arte contemporanea, ed un motivo in più per i tanti appassionati dell’arte ceramica per venire a conoscere le bellezze artistiche, ma anche naturali ed ambientali, di questo territorio la cui vocazione al bello è documentata dai secoli della sua storia.

Print Friendly, PDF & Email

Share